Giuliano Ferrara osserva - sul Foglio di lunedì - che il congresso fondativo del Pdl ha cambiato la «disposizione delle cose», facendo transitare il messianismo post-moderno di Berlusconi nel corpo della politica governante e nelle vene del politico: il messianico costruisce un nuovo politico e, insieme, aprono una storia nuova. «Insomma, ora che il carisma ha fatto piazza pulita delle vecchie impalcature intellettualistiche, e ha spazzato via la boria egemonica dei dotti e dei ragionatori politici, proprio ora il Cav. è chiamato ad affrontare, e lo vedremo presto, una stagione di dibattito e insidia politica. In casa sua». Era ora. La sinistra più incarognita e incattivita dalle sconfitte - perché il sale della terra che nutre la ragion politica è la vittoria - non riesce a comprendere questo fattore nuovo. Da oggi, il cuore del dibattito politico come tale - cioè, la strutturazione dialetticamente agonistica intorno alla politica come azione di governo e cifra della storia - passa dalla retorica dell'egemonia (non più tale) della sinistra al Pdl.
Non si tratta, dunque, soltanto di un evento politico e nemmeno cultural-politico, è un dato storico e, insieme, meta-politico. L'organizzazione verrà dopo. Come la questione - banale, annosa, stucchevole e salottiera - della leadership. Il Pdl non è un partito post-ideologico, ma meta-politico. E qui rientra in gioco il messianismo post-moderno di Berlusconi, perfino il suo populismo democratico - e ogni democrazia ha in sé un germe populistico, perché è il popolo a disegnarne i contorni oggettivi -, ma come fattori in grado di ricostruire un'idea di civiltà. In un passaggio del suo discorso di chiusura Berlusconi ha scandito quest'idea, senza farla passare per la memorialistica di rito, perché è l'idea che segna la politica post-moderna: è la civiltà materiale ed immateriale ad essere in gioco, oggi. La nostra civiltà. La crisi, così presente nei pensieri e nelle azioni di Berlusconi, è la cartina di tornasole di questa via in qualche modo post-liberale. «Usciremo fuori dalla crisi»: ovvero, la terza ricostruzione dell'Italia. Della nostra civiltà, come Occidente e come paese.
La sinistra è perdente a questo livello. Crisi di idee, si dice, l'ha detto a più riprese anche Fini, ma non è solo questo. E' destrutturazione forse irreversibile, perché, oggi che il liberismo mercatista cede il passo alla drammaticità della storia, la sinistra che una volta si sarebbe definita «borghese», vicina alle banche ed alle cooperative, è fuori dalla realtà. La globalizzazione non è soltanto mercato mondiale, ma, ad un tempo, metafisica della civiltà mondiale. Cosmopoli e radicamento sempre da cercare, su questo duplice binario si gioca la partita della rifondazione del politico. E Berlusconi sembra cogliere tutta la spoliticizzazione del liberalismo mercatista. L'inclusione del fattore sociale e strutturale nella cultura politica di questo governo è dettata da questa presa di coscienza. Su questo sfondo giace, morente, la sinistra e la sua impoliticità imbarazzante. E' dai tempi di Clinton che D'Alema tenta di scimmiottare il liberismo mercatista, senza trovare la sintesi giusta. E' da Clinton in avanti che la crisi strutturale del mercato come unica dimensione del sociale e del politico avanza, con varie bolle speculative immobiliari e finanziarie a tracciare la via oscura della crisi contemporanea. Anni Novanta e liberismo mercatista come collanti di ciò che, a sinistra, non ha più avuto cittadinanza e che la fine di Craxi ha ingigantito: il nesso produzione (economia dell'offerta) e distribuzione come momento politico di ricostruzione di un welfare all'altezza della civiltà immateriale e post-moderna.
In questo vuoto, la politica del governo e la cultura politica, spinta dal messianismo post-moderno di Berlusconi, si è impadronita della scena. Come il sovrano barocco nella descrizione di Walter Benjamin. La scena diventava l'unica realtà possibile.
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