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Numero 475
del 15/05/2012
I nuovi Popolari PDF Stampa E-mail
! di Andrea Camaiora
camaiora@ragionpolitica.it
  
giovedì 02 aprile 2009

Popolare. Dal 29 marzo di quest'anno questo aggettivo riappare nuovamente nel linguaggio politico italiano dopo che per anni era stato relegato in soffitta. Riappare in sordina, tanto che ancora in pochi vi ricorrono. Ma è un dato di fatto: non ci sono più azzurri né aennini. Ci sono soltanto i Popolari, i nuovi Popolari. Archiviato il Partito Popolare italiano voluto dall'ultimo segretario Dc, Mino Martinazzoli, e conclusa l'esperienza dei popolari all'interno del centrosinistra con le segreterie di Bianco, Marini e Castagnetti, il termine «popolare» per ben 7 anni è praticamente sparito dal dibattito politico italiano. Ebbene, dopo il congresso conclusosi alla Fiera di Roma il 29 marzo scorso, Popolari sono gli uomini che si riconoscono a vario titolo nella principale forza politica del nostro paese, il Popolo della Libertà, una forza che è parte integrante del Partito Popolare europeo e che ha per leader Silvio Berlusconi. Non è dunque casuale che lo storico presidente del PPE, il belga Wilfried Martens, abbia aperto i lavori del congresso dei nuovi Popolari italiani: la nascita del PdL (una forza politica moderata e riformista ancorata al PPE che già oggi rappresenta la maggioranza relativa degli italiani e che, nelle intenzioni del suo fondatore, punta a raccogliere i consensi del 51% degli elettori) è per l'Italia la fine di quella che molti storici hanno definito la «transizione infinita», alludendo alla diaspora che aveva caratterizzato i cattolici impegnati in politica dopo la fine della Democrazia Cristiana e della prima Repubblica.

La nascita del Popolo della Libertà, del resto, si accompagna a due fatti politicamente rilevanti e speculari: l'apertura di Berlusconi e della dirigenza nazionale PdL all'Udc, da un lato, e il credito offerto dall'Osservatore Romano al nuovo soggetto politico. Ha scritto il quotidiano vaticano che il PdL è «più forte (del Pd, nda) non solo in termini percentuali: stando ai più recenti risultati elettorali, il PdL appare, alla prova dei fatti, maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria». L'Osservatore Romano scrive che «nel partito si è affermata, in linea di principio, la libertà di coscienza sui temi etici più sensibili», ma osserva come «al momento di assumere iniziative concrete il PdL si è trovato unito». Certo, la storia di Berlusconi e del Popolo della Libertà è sostanzialmente estranea a quella del movimento cattolico e della Democrazia Cristiana. Il moderatismo e il gradualismo democristiano della Dc degli anni '60, '70 e '80 hanno poco o nulla a che spartire sia con la «discesa in campo» del '94 che con l'ormai celebre «discorso del predellino» del 18 novembre 2007. Eppure, nel cuore del pensiero politico di Berlusconi c'è tutta l'originaria ispirazione popolare sturziana. Il discorso di apertura del primo congresso nazionale del Popolo della Libertà e l'azione politica berlusconiana, dal 1994 ad oggi, sono stati improntati ad un rapporto diretto con il popolo e ad un esplicito richiamo alla volontà popolare e al rispetto di questa volontà, che, per Berlusconi, costituisce il vero significato della moralità in politica.

Scriveva don Sturzo: «Noi scegliemmo la qualifica di popolare: la parola "popolo", nel significato latino del Senatus Populusque Romanus, piacque sempre ai cattolici per indicare insieme la volontà collettiva e la gerarchia sociale; un principio di ordine e di consenso classico nel senso vero della parola». E ancora: «Il nostro voleva essere un regime popolare nel vero senso della parola, perciò nell'Appello del 18 gennaio 1919, con il quale annunziammo la costituzione del nuovo partito e il suo programma, scrivemmo: "A uno Stato accentratore tendente a limitare e a regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private"». Dunque, un rapporto inscindibile tra elettori ed eletti che Berlusconi non soltanto ha sempre avuto presente, ma sul quale ha fondato Forza Italia, prima, e il Popolo della Libertà, poi.

Novant'anni dopo l'Appello «A tutti gli uomini liberi e forti», nel discorso di apertura del congresso fondativo del PdL Berlusconi ha detto: «Abbiamo deciso di chiamarci Popolo della Libertà. Popolo e Libertà definiscono compiutamente la nostra identità. La nostra Costituzione, all'articolo 1, stabilisce che "La sovranità appartiene al popolo". La Carta fondativa del nostro Stato, fin dalla prima riga, si richiama al popolo... In Italia, negli anni tumultuosi del primo dopoguerra, don Luigi Sturzo fondò il partito che chiamò Partito popolare... Quanta lungimiranza vediamo ora in quella scelta, che fu ripresa nel dopoguerra da Alcide De Gasperi e che si è poi trasfusa intatta nel Partito del Popolo Europeo, la grande famiglia della democrazia e della libertà in Europa, la naturale famiglia del Popolo della Libertà». Come si legge, Berlusconi recupera e riabilita il termine «popolo» dopo che per cinquant'anni la Democrazia Cristiana l'aveva accantonato, quasi vergognandosene, forse perché quella parola risultava inquinata dal ricorso ad essa da parte delle Repubbliche di stampo comunista, chiamatesi appunto «popolari». Il solo legame culturale e politico mantenuto durante l'esperienza della Democrazia Cristiana fu per anni unicamente rappresentato dal quotidiano del partito, Il Popolo, fondato nel 1923 da Giuseppe Donati, ereditato direttamente dalla stagione sturziana. Ma per trovare conferma dell'imbarazzo democristiano nel rivolgersi direttamente al popolo basta pensare ai nomi delle feste delle principali forze politiche dell'Italia repubblicana: la festa dell'Unità, la festa dell'Avanti, la festa... dell'Amicizia!

C'è un'altra analogia che salta agli occhi tra l'intuizione sturziana e berlusconiana ed è rappresentata dall'aconfessionalità del partito assicurata dal sacerdote calatino e dall'imprenditore meneghino. Scriveva don Sturzo: «Il Partito Popolare si proclamava partito aconfessionale. La parola a-confessionale a parecchi non piacque, anzi suonò male. Veramente non era la più appropriata; essa fu usata solo nelle polemiche e a marcare un concetto preciso. Si voleva dire non-clericale, nel senso comune dato a tale epiteto. Ma si correva il rischio di essere fraintesi, perché mentre a molti di noi non piace essere qualificati clericali, ci sentiamo offesi dallo spirito anticlericale di chi combatte la chiesa e i dogmi, mettendo avanti lo spauracchio clericale... La parola "aconfessionale", adatta in paesi protestanti, era un'importazione per l'Italia; ma si usò con il significato di partito non dipendente come organismo politico dall'autorità ecclesiastica». Il Partito Popolare italiano nacque, quindi, aconfessionale, ma rappresentò l'impegno diretto dei cattolici nella vita politica italiana. E quali sono i valori cattolici? Ha detto, nel suo intervento conclusivo al congresso del PdL, Silvio Berlusconi: «Questi valori hanno fatto grande la nostra civiltà e sono alla base di tutte le democrazie occidentali. Sono la libertà, la democrazia, la dignità dell'uomo, la parità tra uomo e donna, la sacralità della vita, la difesa della famiglia naturale. Questo è, se vogliamo, e soltanto questo il vero berlusconismo».

Per il grande scrittore contemporaneo J.R.R. Tolkien «le radici profonde non gelano» e, indubbiamente, le radici culturali del Popolo della Libertà sono assai profonde, ma l'interrogativo che occorre porsi è se esse basteranno o no alla prima forza politica italiana. «Popolari» è un termine nobile con il quale fregiarsi, un termine che impone riformismo e non conservatorismo. I primi passi del governo e l'animus di Berlusconi fanno pensare che i nuovi Popolari saranno capaci di essere, nell'interesse dell'Italia, autenticamente riformisti.




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