| Autore: |
Lee Harris |
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| Editore: |
Rubbettino |
| Prezzo: |
18 € |
| Pagine: |
306 |
Il rischio di chi beneficia degli inestimabili doni della civiltà è l'amnesia collettiva che fa dimenticare l'esistenza di realtà in cui la vita umana era ed è tuttora - per dirla con le parole di Thomas Hobbes - «solitaria, povera, violenta, brutale e breve».
Gli uomini abituati a vivere in un ordine civilizzato «non ricordano più il tempo in cui hanno dovuto chiedersi se i loro raccolti sarebbero giunti a maturazione senza essere rubati o se i loro figli sarebbero stati venduti come schiavi da un nemico vittorioso in battaglia» e neanche ricordano «che esiste da sempre una categoria dell'esperienza umana chiamata "il nemico"». Con queste riflessioni inizia l'imperdibile saggio di Lee Harris, il filosofo americano «dell'11 settembre»: così è stato soprannominato poiché è a partire da quell'evento che Harris ha avviato il percorso intellettuale al quale si devono, oltre ad alcuni importanti articoli, il libro in oggetto e un altro saggio di prossima pubblicazione in Italia, intitolato in lingua originale «The suicide of reason».
È innanzitutto sulla categoria di nemico e su come difendersi da chi ci reputa tale che Harris sollecita l'Occidente a riflettere: che ci piaccia o no, che ci crediamo o no, l'evento principale dei nostri tempi, secondo Harris, è la volontà dell'islam radicale che l'Occidente cessi di esistere e questo perché ci considera suoi nemici. Prima dell'11 settembre - spiega il filosofo - il concetto stesso di nemico era stato bandito dal nostro vocabolario etico e politico: «Un nemico era solo un amico per cui non avevamo fatto ancora abbastanza. O forse c'era stato un equivoco, o una nostra omissione, qualcosa che avremmo potuto correggere». Invece occorre rendersi conto che si odia un nemico, fino al punto di essere disposti a morire pur di ucciderlo, per motivi propri, e che lo si odia sia per le sue colpe sia per i suoi meriti. Inoltre è necessario capire che una parte dell'umanità, secondo il proprio modo di organizzare l'esperienza umana, considera la categoria del nemico essenziale ed è convinta che esso sia qualcuno che «se non lo uccidi per primo, prima o poi ucciderà te».
Ecco perché, essendo visto come nemico, l'Occidente è costretto a ricuperare la capacità di difendersi. Il problema è che, per riuscirci, deve fare propri «dei principi illiberali in contrasto con i valori che esprimono il livello più alto che la vita civilizzata possa offrire: tolleranza, libertà individuale, governo democratico e non autoritario, leale cooperazione». In sostanza, la sfida che ci attende è come sopravvivere senza abbandonare i nostri più elevati ideali perché, se così fosse, l'Occidente smetterebbe effettivamente di esistere come civiltà e i nostri nemici avrebbero ottenuto il risultato al quale miravano. È una sfida estremamente difficile - spiega ancora Harris - perché i nostri valori «vanno bene per un mondo in cui ognuno gioca secondo le stesse regole e accetta gli stessi standard di collaborazione razionale; ma sono fatalmente irrealistici in un mondo in cui il nemico non riconosce altra regola che la spietatezza».
A partire da queste premesse, e introdotto nell'edizione italiana da un'ottima prefazione di Giulio Meotti, intitolata Un grande pamphlet contro la fine della storia, si sviluppa il saggio di Harris, che si conclude con una serie di punti interrogativi e con una fondamentale certezza: la civiltà da difendere «non è quella dell'America e neanche quella dell'Occidente; è la civiltà creata da tutti gli uomini e le donne, di qualsiasi parte del pianeta, che sono riusciti a rendere l'attuale comunità intorno a loro meno dedita alla violenza, più aperta, più tollerante, più fiduciosa. La civiltà, in questo senso, è cinese, americana, africana, europea e musulmana. Coloro che lavorano per questo obiettivo si trovano tutti dalla stessa parte e tutti noi abbiamo un nemico comune».
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