Il Vittoriano ospita fino al 29 giugno la mostra Giotto e il Trecento, una selezione di 150 opere tra sculture lignee, codici miniati, oreficerie, ma soprattutto fragili tavole trecentesche, alcune delle quali restaurate per l'occasione. La mostra è visibile dal 6 marzo, ma siamo andati a vederla solo ora con i nostri occhi e possiamo testimoniare che visitarla è un gran bel modo per spendere 10 euro. Si può entrare dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 19.30, il venerdì e il sabato dalle 9.30 alle 23.30, la domenica dalle 9.30 alle 20.30.
Giotto e il Trecento. Che scelta felice per dare il nome a questa mostra! «Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo/ e ora ha Giotto il grido/ sì che la fama di colui è scura...». In questa celebre terzina, che Dante mise in bocca ad Oderisi da Gubbio, c'è tutto il rivolgimento che nel XIV secolo investe l'Italia nella pittura come nella lingua e nella poesia. Il passo del Purgatorio stabilisce anche la comparazione tra Giotto e Dante, comparazione destinata a rimanere un punto fermo nella storiografia: quei versi, infatti, proseguono mettendo in evidenza che, come Oderisi da Gubbio nell'arte che «alluminar è detta in Parisi» è stato superato da Franco Bolognese, e Cimabue lo è stato da Giotto, così Guido Guinicelli ha dovuto cedere il primato a Guido Cavalcanti e «forse è nato chi l'uno e l'altro caccerà dal nido»: Dante.
Questi, all'inizio del Trecento, aveva le idee chiare: aveva capito benissimo che lui e il suo concittadino Giotto di Bondone stavano mutando radicalmente sia il mondo della poesia che quello delle arti figurative. Mentre Dante assume il latino stantio dell'università e della Chiesa, lo impasta e lo macera nel volgare toscano e negli idiomi romanzi - il provenzale, il catalano, il francese, il veneto, il lombardo - e di fatto inventa la lingua che sarà poi del Petrarca, del Boccaccio, dell'Ariosto, negli stessi anni Giotto compie un'operazione simile. Lavora sui modelli della pittura bizantina aulica, ne ammorbidisce la lucente corazza cromatica, muta lo stile da greco in latino e fa entrare nell'universo della rappresentazione, per citare il Vasari, «le attitudini e gli affetti» e inventa, nella scoperta del vero e nella certezza dello spazio misurabile, la lingua figurativa che dopo di lui porterà a Masaccio, a Piero della Francesca, a Raffaello.
La mostra Giotto e il Trecento ha il grande pregio di rappresentare l'atmosfera, oltre che i capolavori di quel tempo, e lo fa a partire dall'entrata, da quella grandiosa riproduzione di affreschi giotteschi che accoglie il visitatore mentre sale il grande scalone a doppia rampa che conduce al primo piano. Tutto sfila davanti al visitatore prima di arrivare al contatto diretto con la bellezza inarrivabile del tratto pittorico del maestro, cosicché è possibile prendere confidenza con la sua storia e le sue opere grazie all'introduzione allestita nelle prime due sale, dove si mescolano pannelli che raccontano biografie, storie e collegamenti ai video in cui le immagini permettono di rivedere i dettagli della Cappella degli Scrovegni a Padova, la decorazione della Basilica di San Francesco d'Assisi e le arditezze dell'architettura fiorentina rappresentate ovunque nel mondo dal famoso campanile. Le immagini, cioè, di quello che mai avrà spazio in una mostra.
E poi ecco aprirsi come uno scrigno il nucleo dell'esposizione nell'aula centrale del percorso espositivo: lì è possibile ammirare una quindicina di opere attribuite con certezza a Giotto. Tra queste la Madonna con Bambino in trono e due angeli, tempera su tavola proveniente da Firenze, un Dio padre in trono sempre su tavola arrivato dai Musei Civici di Padova, e un Cristo benedicente tra san Giovanni Evangelista e la Vergine arrivato dal North Carolina, dal Museum of Art di Raleigh. Ma anche un frammento di affresco, in cui è raffigurata una testa di pastore con armenti, in prestito dalla Galleria dell'Accademia di Firenze.
La mostra al Vittoriano è anche un viaggio nell'Italia che si trasforma con la sua arte, tra cui spiccano veri e propri capolavori di grandi maestri della pittura come Cimabue, Simone Martini e Pietro Lorenzetti, della scultura come Arnolfo di Cambio, Giovanni Pisano e Giovanni di Balduccio, ma anche dell'arte orafa con Guccio di Mannaia e Andrea Pucci Sardi, passando per i miniatori come Cristoforo Orimina e il Maestro del Codice di San Giorgio. Imperdibile davvero.
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