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Numero 475
del 15/05/2012
Così il comunismo sovietico annientò 28 milioni di contadini PDF Stampa E-mail
! di Vincenzo Merlo
merlo@ragionpolitica.it
  
martedì 14 aprile 2009

«Scatenare un terrore massiccio, impietoso, contro i kulaki, i pope e le guardie bianche; rinchiudere tutti gli elementi infidi in un campo di concentramento all'esterno della città». Questo l'ordine impartito da Lenin, il 9 agosto 1918, a Eugènie Bosch, la plenipotenziaria del governo nella regione di Penza. In quel frangente lo stato maggiore bolscevico, arrivato al potere con il colpo di Stato di nove mesi prima, è preoccupato per l'ampiezza della rivolta contadina scoppiata in quella regione, contro la quale ci si affretta alla repressione più spietata, sull'esempio delle disposizioni giacobine  atte a sopprimere la sollevazione della Vandea cattolica. Anche nel caso sovietico l'oggetto del Terrore sono i contadini, che rappresentano l'85% della popolazione russa. La resistenza contadina ai bolscevichi rappresenta un'amara sorpresa per Lenin, che, del resto, sulla falsariga di altri comunisti, non aveva fatto nulla per accattivarsi le simpatie del mondo agricolo, di cui stigmatizzava la «selvatichezza» e l'istinto «ferocemente e meschinamente individualista».  Prima di lui, Marx aveva parlato di  «idiozia della vita rurale», e Plechanov di «lavoratori barbuti, crudeli e senza pietà, bestie da soma». Krusciov affermerà poi che, per Stalin, «i contadini erano merda».

La guerra dei comunisti al potere contro i contadini si articola in quattro fasi, che vanno dal 1918 al 1933. Nella prima di queste, particolare importanza viene attribuita alla eliminazione dei cosacchi, contro i quali si appuntano gli strali dello stesso Lenin, che già in un articolo pubblicato nel settembre 1917 (e dunque prima della conquista del Palazzo d'Inverno), sulla rivista La via operaia, scriveva: «Per quanto riguarda i cosacchi, è un ceto della popolazione costituito da agricoltori ricchi, piccoli e medi (la grande proprietà partiva dai cinquanta ettari, nda) che ha conservato nel suo modo di vita tracce numerose di Medioevo. E' questo il fondamento sociale ed economico della Vandea russa». Per schiacciare la quale Lenin prende a prestito le drastiche armi utilizzate dal Terrore giacobino, in un crescendo di ingiustizie e violenze; a partire dalla redazione della prima Costituzione sovietica, promulgata nel giugno 1918, e dove vengono privati del voto tutti i supposti «vandeani» (le possibili categorie non comuniste), e cioè i commercianti autonomi, gli ecclesiastici, gli ex agenti di polizia, gli imprenditori, compresi gli agricoltori che impiegano uno stagionale. Scrive lo storico francese Michel Heller ne La Vandea (Corbaccio): «Un esercito di cinquantamila uomini, incaricato della requisizione, fu inviato nelle campagne: la città dichiarava guerra al villaggio. E subito scattò la parola: "Vandea"! Per i propagandisti bolscevichi, tutte le regioni russe dove nascevano i focolai di resistenza alla marcia trionfale del potere dei soviet erano altrettante Vandee».

Va detto come  nel contesto della guerra civile tra «Rossi» e «Bianchi» (che durerà quattro anni e si concluderà con la vittoria dei primi), la grande maggioranza dei contadini russi non si schiera né con gli uni né con gli altri, anche se i punti di frizione più stridenti sono proprio con i bolscevichi che, pur avendo loro concesso la terra, ne requisiscono i raccolti . «Ehi, piccola mela, piccola mela vermiglia,  a sinistra pestiamo i Rossi e a destra i Bianchi»,  cantavano i quarantamila insorti di Machno, attribuendosi il nome di Verdi proprio per distinguersi dalle principali fazioni in lotta. A differenza dei contadini vandeani, questi non sono monarchici e non prendono la difesa della Chiesa. Si ispirano alla terra e alla libertà: la proprietà privata  della terra e il diritto assoluto di disporre dei suoi prodotti (cioè il commercio privato, proibito dai bolscevichi), e la libertà assoluta, anarchica, contro qualsiasi potere. I contadini rifiutano lo Stato accentratore, vogliono i soviet senza i comunisti, rifiutano il monopartitismo e sognano la liquidazione delle città e l'autogestione piena. Al contrario i bolscevichi propugnano uno Stato forte, centralista, il monopartitismo comunista, la proprietà statale e la statalizzazione di tutta l'economia. Soprattutto la dottrina del cosiddetto «comunismo di guerra», poi, prevedeva misure drastiche come la requisizione dei raccolti e l'abolizione della moneta. Dal punto di vista contadino, questo significava che si prendeva il grano senza pagarlo.

Lo scontro tra i «Verdi» e i «Rossi» diventa così inevitabile, con gli epicentri nella rivolta di Tambov (1920-21) e in quella della Siberia occidentale (1921). «I contadini - scrive lo storico Alain Besançon -  non potevano appoggiarsi sui generali bianchi che, salvo Vrangel, non accettavano la "divisione nera" delle terre del 1917 e che requisivano a loro volta per le esigenze dell'esercito. Presero per capo chi era disposto a comandarli, socialisti rivoluzionari, anarchici, cadetti. Solo sul territorio bolscevico si registrarono almeno trecento sollevazioni». Dall'altra parte, i generali bolscevichi conducono la guerra con tutti i mezzi tecnici disponibili.  Scrive ancora Heller: «Se dal mio punto di vista non esiste analogia perfetta fra la guerra contadina in Russia dopo la Rivoluzione d'Ottobre e la guerra contadina della Vandea, per contro vi è un'analogia totale nelle reazioni del potere rivoluzionario alla resistenza opposta dai contadini... Occorreva sterminare i ribelli. Informata della sollevazione del Don, Mosca risponde con questo ordine al comando rosso: "Fare della regione del Don una nuova Cartagine"... L'ordine fu eseguito».

E infatti la repressione è micidiale. Contro i contadini combattono grosse formazioni militari, fornite di aerei, carri armati, gas tossici. La guerra non si limita ad azioni militari: la popolazione civile subisce violenze selvagge, si deportano le popolazioni di interi distretti «ribelli», inclusi bambini, donne, vecchi. Alla fine la resistenza contadina viene stroncata con un bagno di sangue, ma ciò induce alla fine Lenin a modificare la politica verso il mondo delle campagne. Nasce allora, nel marzo del 1921, la NEP (Nuova Politica Economica), che, soddisfacendo alcune richieste dei rivoltosi, elimina gli aspetti più estremisti del comunismo di guerra. A quella data, però, un quindicesimo della popolazione russa, vale a dire quasi dieci milioni di persone, era morto per ferro, fuoco, colera, tifo e, soprattutto, carestia. Per contrastare quest'ultima, viene costituita la missione Hoover che, pur  evitando  la morte a dieci milioni di affamati, non riesce ad impedire quella di cinque milioni di persone. La missione Hoover viene lasciata operare da Lenin, che però in seguito farà fucilare i cittadini sovietici che vi avevano collaborato... Dal 1914 al 1917, durante la prima guerra mondiale, l'impero russo si era accresciuto di otto milioni di abitanti. Dal 1918 al 1922, dopo i primi quattro anni di comunismo, ne erano morti quindici milioni.

La strage non si ferma qui, perché il nuovo accomodamento tra bolscevichi e mondo agricolo dura solo pochi anni, visto che nel 1928 Stalin sferra la seconda fase dell'offensiva contro la classe contadina, che si sostanzia nella demonizzazione e nel successivo sterminio del kulak. Questo rappresentava dal tre al cinque per cento della popolazione agricola, possedeva in media due o tre mucche e una decina di ettari da lavorare per una famiglia di sette persone; il  suo reddito non era superiore della metà di quello del contadino povero, in compenso produceva il venti per cento del raccolto del grano. I kulaki  rappresentavano quindi l'élite agricola, in quanto produttori capaci d'iniziativa, di organizzazione, di progresso. Scrive Besançon: «Lo scrittore ebreo Grossman afferma con ragione che sotto Stalin il kulak era come l'ebreo sotto Hitler. E' di una razza maledetta... Non può farsi assumere come operaio, non può arruolarsi nell'esercito. Quando i bambini non erano deportati con i genitori, erravano nelle campagne e nessuno poteva accoglierli. Morirono a migliaia, come lepri, nei solchi dei campi. La  liquidazione dei kulaki avvenne mediante il metodo delle quote, ossia, per adempiere al "piano", si arrestava chiunque, compresi i contadini "poveri" e "medi". Queste operazioni sfuggirono a qualsiasi controllo e si svolsero in un'orgia di crudeltà, di rapine e di denunce. Gli storici, compresi simpatizzanti sovietici come Moshe Lewin, convengono su una cifra da dieci a quindici milioni di deportati. Gran parte fu gettata nelle paludi o nelle foreste siberiane, senza utensili, senza viveri. Con l'arrivo dell'inverno morivano...Si è d'accordo nel ritenere che un quarto dei deportati sia morto».

Con l'annientamento dei kulaki, morti in numero di cinque milioni, si erano spezzate definitivamente le reni ad una delle grandi civiltà agricole del mondo. Si poteva  passare ora alla terza fase della guerra al mondo contadino: quella della collettivizzazione, ossia il totale asservimento di quanto restava del ceto contadino. Nel 1929 viene ricreata l'atmosfera violenta del comunismo di guerra, a partire dall'invio di altri settantacinque mila attivisti bolscevichi nelle zone agricole, i quali sono animati dall'odio per i kulaki, per la proprietà privata e dalla incrollabile fiducia nella rivoluzione mondiale. Gli attivisti sequestrano le terre e tutti i laboratori di artigianato agricolo. La collettivizzazione ha come immediata conseguenza la carestia, che colpisce in particolare le regioni dell'Asia centrale. Tra queste il Kazachistan paga, tra il 1930 e il 1931, il prezzo più alto: un terzo della sua popolazione muore di fame. I contadini resistono con tutte le loro forze, con tumulti, manifestazioni armate, assassinii, arrivando perfino, con disperazione suicida, ad uccidere quasi la metà delle mandrie di bovini e ovini.

Dopo un parziale ammorbidimento del regime staliniano (di breve durata), il processo di collettivizzazione viene accelerato, fino a concludersi nel 1934. I venti milioni di aziende individuali vengono raggruppate in 240.000 fattorie collettive, in realtà piantagioni servili, in cui il guadagno economico è nullo. Una burocrazia nominata dal partito dirige la piantagione, decide le semine, i lavori. Il controllo totale del mondo agricolo, dalla semina al raccolto, è completato, almeno in teoria, perché contemporaneamente si sviluppano corruzione, mercato nero e furto generalizzato. L'agricoltura russa va in rovina. Scrive Besançon: «Una cultura agricola spesso ricca e variegata era stata annientata. Era rimasto un terreno incolto e schiavi passivi».

Parallelamente, nel periodo che va dal 1929 al 1932, Stalin ha condotto anche una massiccia azione di scristianizzazione della società: la maggior parte del clero è stata deportata con i kulaki, le chiese dei villaggi sono state chiuse, le icone confiscate o bruciate. Nel 1930 l'ottanta per cento delle chiese risultava chiuso o bruciato. Al peggio non c'è mai fine e la guerra del regime bolscevico contro gli avversari, e particolarmente contro il mondo contadino, non è ancora finita. L'Ucraina, vero granaio dell'Unione Sovietica, aveva nel frattempo mantenuto una forte identità nazionale, strettamente legata alla propria anima contadina. E questo, agli occhi di Stalin, rappresentava un problema serio. «Il problema della nazionalità - osservava - è essenzialmente un problema contadino». Si decide quindi a risolverlo una volta per tutte con un'arma atroce: la carestia.

E' questa la quarta ed ultima fase del processo di annientamento del mondo contadino. In Ucraina la collettivizzazione e la dekulakizzazione erano state condotte con particolare brutalità, con la conseguenza di aver ridotto di un terzo la produzione agricola. «Così - scrive Besançon - nel luglio 1932 Stalin decise che il prelievo di cereali in Ucraina sarebbe stato di sette milioni di tonnellate, ossia il quantitativo del 1930. Questo equivaleva a una condanna a morte. Fu l'organizzazione minuziosa dell'esecuzione che conferì alla carestia, al terrore in Ucraina, il carattere del genocidio, il secondo nel ventesimo secolo dopo quello degli armeni e prima dell'olocausto ebraico. Durante l'autunno 1932, la campagna ucraina assunse l'aspetto di un campo di sterminio. Il regolamento prevedeva la morte o il carcere per il furto della proprietà socialista, ossia di poche patate... Le città furono circondate da cordoni di truppe per impedire ai contadini affamati di recarvisi... Alla fine dell'inverno iniziarono i decessi di massa e in primavera le folle titubanti uscirono dai villaggi per tentare di introdursi nelle città. Furono disperse a raffiche di mitragliatrice. Tornarono nelle isbe, cominciarono a nutrirsi di finimenti, scarpe, dei bambini persino, si coricarono e morirono». I conti del massacro parlano di cifre impressionanti: perisce il venti per cento della popolazione contadina ucraina, ossia cinque milioni di persone. A questi occorre aggiungere anche i due milioni di morti, per lo più ucraini, sul Don e nel Kuban.

Complessivamente, nei primi quindici anni del regime sovietico, dal 1918 al 1933, i russi uccisi nelle campagne dai bolscevichi, per guerra o per fame, risultano essere più di ventotto milioni. Circa il doppio dei soldati uccisi in tutta Europa dalla prima guerra mondiale. L'agricoltura russa è definitivamente in ginocchio e non si riprenderà più. Nel 1954 Krusciov riconoscerà che la produzione pro capite dell'agricoltura sovietica presunta meccanizzata risulta inferiore a quella che otteneva il muzik con l'aratro di legno.




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Commenti (1)
1. 17-04-2009 10:16
La rivoluzione d'ottobre
Quando sarà possibile leggere qualcosa, su questi risultati della rivoluzione d'ottobre, nei libri di scuola che vanno in mano ai nostri ragazzi?
Scritto da Luciano

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