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Numero 475
del 15/05/2012
Il neo-azionismo di Galli della Loggia PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
venerdì 17 aprile 2009

Il nichilismo salottiero tira sempre, è un must, un evergreen, va più forte del sesso on line, soprattutto nel mercato della seconda Repubblica, ormai sfinita. Ernesto Galli della Loggia infila dritto la strada del salotto buono, secondo il verbo del grande vecchio che mastica sempre amaro, Eugenio Scalfari, nume tutelare del giornale-partito, più partito ancora del Pd, La Repubblica. Accademico con i galloni baronali, Galli della Loggia sfoggia la migliore condizione di analista e, come ogni professionista che si rispetti, va a sfruculiare dalle parti di Marte. Insomma, ci troviamo su un altro pianeta, un piano parallelo che l'illustre professore tratta come se fosse la fotocopia sputata dell'Italia nell'A.D. 2009. E' nato il Pdl, il Pd è alla canna del gas, la demagogia più becera e cialtrona sta inquinando non solo la politica, ma perfino l'ethos pubblico, con i Santoro scatenati sul niente, e questo acuto intellettuale, professore di storia contemporanea all'università di Perugia, cosa fa? Parla d'altro. Il celeberrimo e sempre efficace «benaltrismo». Bontà sua, il talento è talento. Ma veniamo al punto.

Qual è la tesi del professor Galli della Loggia? Più o meno la seguente: l'Italia è schiava del passato e questa schiavitù, dissennata, la sta conducendo nel gorgo della crisi più nera, dalla quale non uscirà mai. L'occasione per declinare questa originalissima tesi, mai sentita davvero (a parte le decine di migliaia di articoli scalfariani, tutto il Partito d'Azione, Bobbio, il bobbismo uniti fino alla morte, etc...), è il libro di Aldo Schiavone, comunista mai stato comunista, naturalmente, e oggi amico anche di fondazioni di centrodestra. La straordinaria «genialità» di Galli della Loggia non consiste, ovviamente, in ciò che dice, perché questa è minestra riscaldata, e anche meglio, da altri cantori lib-lab e bobbieschi. No, riguarda invece il «non detto», quel che il filosofo marxista Louis Althusser considerava il cuore dell'esperienza umana e della filosofia: non-dire come apertura a qualcos'altro.

Ma, allora, verifichiamo a quale stravagante «qualcos'altro» fa riferimento l'illustre professore di storia contemporanea. Ecco, l'ultimo punto pare davvero qualificante. Leggiamo: «La realtà è che, in queste pagine (trattasi del libro di Aldo Schiavone, L'Italia contesa, Laterza, 2009, ndr), il berlusconismo appare molto spesso un alibi per non vedere che cosa è oggi (ma non da oggi) la società italiana. La quale, forse, più che farsi "berlusconizzare" dalle magiche arti del premier, è stata lei, io credo, a scegliere Berlusconi per essere ciò che voleva essere. Ciò che voleva continuare ad essere dopo la grande trasformazione antropologico-culturale degli anni Settanta e Ottanta». Ecco: apprendiamo da Galli della Loggia che, quando il popolo vota, è ancora sovrano e, dunque, ancorché «vil razza dannata» e incolto, becero e disprezzabile, è purtroppo quello l'esito che gli intellettuali di regime devono considerare, per quanto angosciati - si sa - dalle sorti terribili e funeste del nostro martoriato paese.

Non solo. Il nostro va oltre e inscrive questa decisiva riflessione nella cornice della grande mutazione antropologica - di pasoliniana memoria - degli anni '70 e '80. Dunque, mandando giù il '77 e perfino il craxismo, il nostro autorevole studioso continua a disprezzare il popolo, la canaglia (quella che gli azionisti volevano a morte perché allora sosteneva il Duce) ma - ecco il raffinato momento trasmutativo - ne tesse le lodi, volendo fuoriuscire dall'ingranaggio dell'anti-berlusconismo o, meglio, dell'anti-berlusconismo come anti-italianità. Insomma, fra Montanelli e Veneziani, lascia a casa tutt'e due e si ritrova solo.




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