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Numero 475
del 15/05/2012
Ricordo di Giano Accame PDF Stampa E-mail
! di Gianni Baget Bozzo
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venerdì 17 aprile 2009

Conobbi Giano Accame in un momento centrale della mia vita. Ero un dirigente della «terza generazione» democristiana, quella destinata a prendere il potere nella Dc, ma ero entrato in crisi rispetto al partito, in particolare rispetto al mio amato maestro Giuseppe Dossetti. Sentivo in lui la volontà di una riforma della Chiesa che non condividevo, perché ero istintivamente tanto filo-papale e filo-Pio XII da sentire come lontana da me la critica rivolta da Dossetti alla Chiesa romana. E poi non potevo accettare in politica la sua tesi della prevalenza del partito sulle istituzioni. Ero un dossettiano anomalo, che sentiva di appartenere alla linea principale della Chiesa: quella di Pio XII, di De Gasperi, di Sturzo. Avevo rotto con la sinistra democristiana scrivendo contro la volontà di Fanfani di portare il Psi nella maggioranza, nonostante non avesse in alcun modo rotto i suoi rapporti con il Pci. E dirigevo una rivista che si chiamava L'Ordine Civile, con il finanziamento dei Comitati civici presieduti da Luigi Gedda. Anche Giano era allora in crisi. Da una posizione evoliana era passato alla fede cattolica. Non ho mai chiesto a lui le motivazioni del passaggio, so che è diventato cattolico e lo è rimasto.

La nostra collaborazione divenne più intensa quando avvennero i fatti del '60 a Genova. Ora sappiamo che i tumulti genovesi furono causati dalle discordie interne al Pci: tra la corrente rivoluzionaria di Pietro Secchia e quella stalinista di Palmiro Togliatti. Ma quando Fanfani dichiarò che l'attacco alla polizia dei camalli genovesi era mosso da un senso di legittimità sentii che i comunisti diventavano la chiave di volta della legittimità politica. Fino al '60 l'arco costituzionale non esisteva, da allora esistette. E Fanfani ne fu il primo legittimatore, anche se poi se ne pentì. E abbondantemente.

Allora presi una decisione «folle», ma prematura: quella di far nascere un partito cattolico a destra della Dc. Le tesi erano quelle di Sturzo, di critica della partitocrazia e della connessione tra politica e industria. Sono le stesse tesi che furono poi alla base di Forza Italia, di cui don Sturzo è giustamente considerato il profeta. Potevo contare sull'aiuto dei Comitati civici e su una parte della Chiesa. Sino a quel momento la Chiesa aveva condannato la collaborazione governativa tra democristiani e socialisti, che si sarebbe estesa indirettamente anche ai comunisti associati al Psi nei sindacati e nelle strutture sociali. Lasciai la rivista L'Ordine Civile e ne feci un'altra, Lo Stato. Essa era finanziata da Fernando Tambroni, che la vedeva come un'occasione culturale per il suo rilancio politico nella Dc. Ma io pensavo che questo non sarebbe mai avvenuto e che egli sarebbe rimasto per sempre ai margini del partito, perché visto come illegittimo per il suo governo con il voto missino e per i fatti di Genova. Tentai perciò, accanto a Lo Stato, di promuovere un movimento chiamato «Centri per l'ordine civile». E Giano mi fu d'aiuto per l'una e per l'altra cosa. I più validi collaboratori della rivista furono appunto lui e Fausto Gianfranceschi. E anche Fausto Belfiore, che rimaneva coperto dallo pseudonimo perché dirigente di una agenzia di stampa.

Ma nella Chiesa era cambiato l'orientamento politico con l'avvento di Papa Roncalli. Essa era profondamente divisa, ma l'orientamento dominante si era rovesciato. Dossetti aveva visto giusto prevedendo una crisi interna al sistema romano. Ricordo un episodio significativo che risale al maggio '62: il cardinale Alfredo Ottaviani, segretario del Santo Uffizio, mi disse che era il mio dovere di cattolico fare un partito diverso dalla Dc e portarlo alle elezioni amministrative a Roma. Il cardinale Traglia, presidente della commissione per l'Azione cattolica, mi disse che, se l'avessi fatto, egli lo avrebbe sconfessato. Ebbi contro tutti, anche il cardinale Siri, che pure era totalmente ostile all'incontro di maggioranza dei democristiani con la sinistra. Ma l'unità dei cattolici attorno alla Dc era divenuto il vero dogma nella Chiesa di allora. I dissensi tutti rientrarono. Feci una battaglia di minoranza che fu sconfitta, ma Giano, che era nato politicamente da una sconfitta, mi sostenne in questa lotta, da cui uscii politicamente delegittimato. Aldo Moro mi offrì di ritornare nella Dc, ma ormai ero preoccupato più della Chiesa che della politica e temevo quanto avveniva nel Concilio e quanto sarebbe avvenuto nel postconcilio.

Mi laureai in teologia, diventai prete e diressi la rivista Renovatio, voluta dal cardinale Siri. Giano mi mandò un suo collaboratore, Alberto Gagliardi, che divenne per me un prezioso amico. Continuai a collaborare con Giano nella rivista Nuova Repubblica, fondata e diretta da Randolfo Pacciardi, con cui ero già in contatto da molto tempo e a cui presentai Giano, che divenne il direttore del settimanale. Anche la linea di Pacciardi era una linea democratica e repubblicana, analoga forse a quella a cui pensa ora Gianfranco Fini. E l'eredità di Sturzo e di De Gasperi conveniva alla rivista di Pacciardi e anche al suo direttore. La comune linea politica riunì un'altra volta Giano e me nell'appoggio a Bettino Craxi e al Psi divenuto democratico e repubblicano. Questa è una storia ormai lontana, appartiene al Novecento, ma è una continuità per cui il Pdl può essere pensato come il termine di comuni e antiche speranze.

(da Il Secolo d'Italia del 18 aprile 2009)




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Commenti (1)
1. 22-04-2009 16:01
Ammirevole chiarezza
Complimenti per la gradevole chiarezza con la quale ha esposto una parte della nostra recente storia politica, davvero scevra di giudizi e quindi ancor più di valore.
Scritto da san

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