Ezra Pound è forse il più grande lirico del XX secolo, oltre che vittima illustre di una censura radicale perpetrata non solo dai nemici, ma pure dagli amici. Tutti, gli uni e gli altri, concordi nel salvare il poeta ma egualmente decisi per ragioni opposte eppur convergenti ad obliterare le sue convinzioni attinenti la sfera politica, economica e sociale, convinzioni che lo avevano indotto ad aderire alla «parte sbagliata». Ma oggi, a oltre sette decenni di distanza dalla sua scomparsa, si possono valutare «sine ira et studio», cioè senza animosità ed accanimento, quegli aspetti del Pound «homo politicus et economicus», prescindendo dai quali la comprensione della sua opera poetica risulta irrimediabilmente mutilata.
La sua avversione ossessiva per quella che egli chiama «usura» e che costituisce metro ricorrente nelle tematiche dei suoi versi, non può essere liquidata come un innesto innaturale conseguente alla sua militanza «fascisteggiante», motivo quindi da censurare ed espungere per salvare la parte valida e perenne della sua eredità artistica.
Ma attenzione: in che cosa consiste questo concetto di «usura» che spinge Pound ad «anatemizzare» la società e la cultura anglosassone a lui contemporanea? Per lui l'usura non è altro che l'attività finanziaria totalmente svincolata dal suo naturale ruolo ancillare nei confronti del lavoro e dell'impresa, una attività che dopo aver acquisito una totale autonomia avendo consumato il suo completo divorzio dalla reale e concreta attività produttiva diventa strumento di sfruttamento e, quindi, confisca del valore di quanto realizzato dai ceti produttivi. Negare che questi concetti formulati a cavallo degli anni trenta, all'ombra della terribile crisi da cui le nazioni industriali usciranno completamente solo attraverso il riarmo, siano oggi di una bruciante attualità appare alquanto difficile e, in questo senso, il poeta lirico diventa vate, profeta di un futuro che egli poteva solo immaginare, un futuro che oggi è diventato un presente drammatico che tutti, in varia misura, ci coinvolge.
Questo è il nocciolo duro della eredità di Pound, poeta, politico, economista, sociologo. A questo proposito è senz'altro interessante, per una più approfondita conoscenza di questi aspetti della personalità di Pound, rivisitare le nove lezioni di teoria economica tenute dal nostro poeta nel 1933 all'Università Bocconi, massima accademia italiana delle scienza, come allora si diceva, «commerciali». Evento inusitato se si considera la gelosia esclusiva degli ambienti accademici. Altrettanto interessante sarebbe una attenta rilettura dei tre articoli pubblicati nel 1937 sulla rivista «Rassegna monetaria».
Da questa documentazione emergono chiaramente le personalità degli economisti eretici cui Pound fa maggiormente riferimento nella maturazione del suo pensiero socioeconomico: il maggiore Douglas e il dottor Gesell. Douglas, la cui formazione aveva radici nell'anarcosindacalismo che influenzò in Italia Corridoni, Pannunzio e Mussolini, aveva formulato la distinzione fra «credito reale», legato alla capacità della popolazione di un paese di produrre beni in un rapporto equilibrato con la circolazione monetaria, e «credito finanziario», strumento artificioso per la creazione di valori fittizi, funzionali al potere di una minoranza di usurai. Gesell, che fu per un breve momento ministro delle finanze della effimera repubblica sovietica bavarese nata e morta nel 1919, aveva cercato di affrontare il problema di una circolazione monetaria che fosse al servizio del popolo, cioè dei ceti effettivamente produttivi, immaginando di introdurre banconote «prescrittibili», cioè soggette ad una particolare forma di tassazione applicando su di esse, ogni settimana, una «marca» pari a un decimo del loro valore: un espediente ingegnoso che senza danneggiare gli utilizzatori «naturali» delle banconote avrebbe dovuto inibire le speculazioni finanziarie. Si tratta comunque di questioni che meriterebbero approfondimenti che non possono essere svolti nell'ambito di queste brevi note.
Quello che ci preme sottolineare è soprattutto il fatto che a Pound e ai suoi ispiratori «eretici» non era sfuggita l'importanza capitale della circolazione monetaria, delle regole da introdurre perché la massa dei mezzi di pagamento, cioè il «credito reale», fosse in rapporto equilibrato con il volume della produzione e dei conseguenti scambi possibili: storie degli anni trenta che si ripropongono oggi quasi negli stessi termini...
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