Il leader di un popolo deve raccontare storie. I suoi avversari gli obietteranno sempre: «Tu racconti storie». Identificando «storie» con «bugie». Ma questo atteggiamento è esattamente l'anticamera della sconfitta. Lo è sempre stato: l'antiberlusconismo come distorta narrazione della realtà italiana. Da qui nasce l'equivoco della sinistra tutta intera, anche quella ideologicamente e per certi versi culturalmente attrezzata, quella neocomunista: «Non esiste altra narrazione che la nostra, il resto è eresia». Il Berlusconi che a Onna, luogo disseminato di sangue da mano nazista, durante l'epopea tragica della seconda guerra mondiale, e in quell'Abruzzo che rappresenta il teatro attuale della «;terza ricostruzione», scrive altre storie, al plurale, gettandoci dentro ingredienti umani, sentimentali, affettivi, e include i «vinti» nel cuore della nazione, insieme ai «vincitori», ebbene questo capo di governo è un leader. Un leader del popolo. Non soltanto della destra o del centrodestra (è ammesso anche il trattino, ma la questione non cambia), ma di tutto il popolo. Allora Riccardo Barenghi, la «Jena» di ieri al Manifesto e l'editorialista di oggi alla Stampa, riconosce che tutto lo spazio politico, sociale, culturale e perfino antropologico, dei costumi, è colonizzato da Berlusconi.
Tutti i mondi vitali sono rappresi e condensati in una nuova narrazione, il capo di questo governo è, per ciò, uno story teller, un narratore di storie nuove, un creatore di simboli ed eclettico maestro nell'«impero dei segni» di barthesiana memoria. La leadership - dicono i cantori del progressismo capitalista americano, da Howard Gardner fino alla Harvard Business School, con tanto di rivista di contorno - è proprio questo: raccontare storie, belle e nuove, alla gente, renderla protagonista di eventi che la superino e la recuperino alla memoria. La memoria non è tanto condivisa, quanto riedificata, ricostruita, come sempre accade nella traduzione, che è tradimento, anche quando vergata da maestri di grandi scuole.
Berlusconi racconta le storie degli italiani e, con ciò, spariglia le carte della Storia, del repubblicanesimo pesante e oggi non più comprenso dai giovani, ultima coperta di Linus dei vecchi partigiani e carta straccia anche per molti politici. Berlusconi non chiude le porte della memoria e non include tutto con la clava, ma produce un'operazione di semantica politica, ricomprende il filo del rasoio, fatto di guerra civile e di egemonie varie diffuse per tutto il territorio nazionale, ne prende atto e travalica questo stagno: la nazione è più grande della sua guerra civile; i vinti sono uomini e i vincitori sono italiani, dunque chiunque attenti a questa unità attenta non soltanto alla ricostruzione odierna, ma, con un solo gesto, anche all'umanità che si deve dopo una guerra, tutto sommato vinta. Violante, allora, è corso dietro al Cavaliere, concedendogli «senso delle istituzioni» e concedendosi il copyright della «revisione» sui «ragazzi di Salò». Ma non è questo il punto.
Il nodo è che, oggi, al di là della millantata post-ideologia, occorre un nuovo linguaggio per ridire le cose antiche e una nuova storia. Ma, per raccontare storie nuove, ci vuole il cantastorie giusto. Costui si chiamerà leader e oggi ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Non è ideologia e non è dominio televisivo, è semantica storica e narrazione di storie avvolgenti e coinvolgenti destini e figure del passato e del presente. Ricostruire tra le rovine significa anche questo. Piaccia o non piaccia.
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