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Numero 462
del 11/02/2012
I suoi primi sessant'anni PDF Stampa E-mail
! di Stefano Adami
adami@ragionpolitica.it
  
lunedì 27 aprile 2009

Massimo D'Alema ha compiuto 60 anni ed è stato omaggiato con una bella festa d'auguri, preparata a sorpresa dai dalemiani di ferro, Livia Turco in testa. Una festa in ricordo della FGCI anni '60. Sessant'anni sono una buona età per cominciare a fare i bilanci d'un percorso umano e professionale e per guardare, sulla scorta di quei bilanci, a quel che c'è oltre la linea. «Diciamo», è l'espressione linguistica - il «pidocchio linguistico», avrebbe detto Gadda - che Massimo usa con maggior frequenza, quando pronuncia le sue analisi. E diciamolo, dunque. Il bilancio dei primi sessant'anni di Massimo D'Alema non sembra essere particolarmente brillante. Anzi, pare costellato più che altro da insuccessi. Davvero un peccato per un politico che ha vissuto coltivando quotidianamente il proprio senso di superiorità, di cerebralità, che si ritiene prima di tutto uno stratega, un pensatore di ascendenza hegeliana. Un politico-pensatore che ha invocato per l'Italia lo status di «paese normale», come recitava il titolo di un suo libro edito anni fa da Mondadori.

Un pensatore che dovrebbe dare, quindi, la priorità al reale, all'oggetto. Chi non ricorda il pranzo «filosofico» a base di pesce con Buttiglione, celebrato negli anni '90 in un ristorante a Gallipoli, con un sorridente D'Alema che mesceva vino bianco ghiacciato davanti alle telecamere dei Tg Rai? O quando andò a cantare, sempre in un programma Rai, in duetto con Gianni Morandi? E invece D'Alema ha sempre dato la priorità alle sue interpretazioni e strategie. Le leggende di partito dicono che persino il vecchio Togliatti si fosse reso conto e avesse segnalato già a suo tempo il precoce acume del piccolo D'Alema, apprendista pioniere, sotto gli occhi amorevoli del padre. Anni dopo D'Alema sarebbe entrato nel gruppo dei colonnelli di Berlinguer, abbandonando per questo l'Università di Pisa, facoltà di Filosofia. Dopo la morte di Berlinguer, però, e la fine della segreteria-ponte di Natta, il più anziano Achille Occhetto gli soffiò il posto di segretario dell'allora Pci nei suoi ultimi anni, con gran disappunto del Massimo nostro. Che per un periodo fu anche direttore dell'organo di partito, L'Unità. In quegli anni L'Unità ospitava anche un foglio periodico di satira, che si chiamava Cuore. Conosciuto il nuovo direttore, i redattori di Cuore lo ribattezzarono immediatamente «Minimo D'Alema». E, con questo, Cuore cessò di uscire con la testata maggiore. E diventò foglio autonomo.

Ma sono gli anni '90 che vedono le prove più appannate della carriera del D'Alema illuminista, «stratega», acuto e raffinato osservatore ed analista del reale e dei suoi processi. Nei primi anni '90, infatti, dopo aver superato in qualche modo il crollo del muro di Berlino e la fine del Pci, non considera iuxta propria principia il fenomeno Mani pulite. Poi non comprende il fenomeno Berlusconi, che considera un fenomeno passeggero, antipolitico, un'ombra effimera sul mare italico, che si chiuderà ben presto, per lasciare di nuovo il campo ai politici di professione, ai loro modi e ai loro linguaggi. D'altronde, il mare e le sue forze D'Alema le conosce bene, visto che lo solca in lungo e in largo con la sua barca. E' stato perfino giornalista e commentatore di regate. Durante il primo governo Berlusconi, lavorando su Bossi e sulla Lega e cercando di farla uscire dalla maggioranza, organizza il cosiddetto «ribaltone», che porta alla caduta dell'esecutivo. Potrebbe essere anche una vittoria della strategia di D'Alema, ma dimostra subito di essere un processo che ha il fiato corto. Infatti ne esce fuori un governo «tecnico» guidato da Dini, e sostenuto dal centrosinistra. Ma è un esecutivo che campa alla giornata. Alle elezioni, giudicando troppo rischioso candidarsi come primo ministro di persona, D'Alema inventa un candidato-schermo: Romano Prodi. Che vince una prima volta e che crea un governo che D'Alema sente come suo. In fondo è lui lo stratega della vittoria, a lui toccherebbe l'alto scranno. Mette dunque in campo una strategia già messa alla prova con il Berlusconi I: spinge, cioè, Bertinotti a togliere la fiducia al Prodi I. Inizia così il Golgota e la caduta di Romano Prodi. Finamente può succedergli un governo parlamentare guidato da D'Alema. Ma il governo D'Alema che esce fuori da quella fase naviga a vista, viene sconfitto alle elezioni regionali, e costringe D'Alema stesso alle dimissioni. Uno smacco personale che si aggiunge a quello del fallimento della Bicamerale (da lui presieduta) agli inizi del 1998.

Da qui comincia la fase più grigia di Massimo. Sullo sfondo di tutto c'è il duello continuo e logorante con l'altro leader del partito, Walter Veltroni. Che, dopo la vittoria berlusconiana del 2001, si rifugia nell'amministrare la città di Roma, nella scrittura di romanzi, biografie di musicisti e simili. D'Alema, invece, uomo d'apparato e di partito, comincia a dire che la politica non si fa nei partiti, ma nelle fondazioni. E infatti dirige una fondazione con Giuliano Amato, che ha anche una rivista. Inizia a fare polemica con i giornalisti. Poi viene recuperato come ministro degli Esteri dell'ultimo governo Prodi, che dura poco, però. Viene definitivamente oscurato da Veltroni che, nel fondare il Pd, paragona D'Alema al personaggio di Vittorio Gassman ne Il Sorpasso. Veltroni, col suo Pd, perde le elezioni: in qualche modo, una piccola soddisfazione per D'Alema. E adesso, che cosa farà dopo i suoi primi sessant'anni e dopo la festa di compleanno?




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Commenti (1)
1. 04-05-2009 10:07
D'Alema
D'Alema non è il solo a non aver capito il fenomeno Berlusconi. Certo, per lui la cosa è più grave, dato che si tratta di un politico di lungo corso e che viene considerato "il migliore", sia da molti suoi compagni che da se stesso.  
A non capirlo c'è la stragrande maggioranza, per esempio, dei giornalisti, sia delle TV che della carta stampata. Mi chiedo quanti anni ancora dovranno passare prima che i vari Floris, Lerner, Mieli, Mauro ecc... si rendano conto che Berlusconi ed il movimento da lui fondato rimarranno sulla scena politica per molti anni a venire. 
Come si fa a non capire che nel 2013 il breve governo delle sinistre sarà ricordato come una specie di "coffee break" a metà di due solidi governi Berlusconi?  
Giglio Reduzzi
Scritto da Giglio Reduzzi

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