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Numero 475
del 15/05/2012
Chiudere i conti col passato PDF Stampa E-mail
! di Leonardo Guzzo
guzzo@ragionpolitica.it
  
martedì 05 maggio 2009

John Demjanjuk ha ottantotto anni e soffre di leucemia. Grasso, imbolsito, porta occhiali spessi un dito e ha perso tutti i capelli. Vive quel poco che gli resta da vivere su una sedia a rotelle, nei sobborghi di Cleveland in Ohio, dove è arrivato in maniera rocambolesca nel 1952.

John Demjanjuk è un criminale nazista. E' Ivan Nikolaiewich Demjanjuk, ucraino d'origine, arruolato a forza dai tedeschi invasori nel 1941 e assegnato alle maestranze dell'Operazione Reinhard, il diabolico piano di sterminio del popolo ebraico in Polonia. E' responsabile (insieme a una schiera di commilitoni, superiori e tirapiedi) della morte di parecchie migliaia di ebrei nei diversi campi di concentramento in cui ha prestato servizio. «Ivan il terribile», lo chiamavano.

Tra il 1986 e il 1993 venne processato in Israele per una strage di deportati nel campo di Treblinka. «Assolto per insufficienza di prove» fu il verdetto, in base a una sentenza contestata e per certi versi oscura. La Corte Suprema israeliana, facendo leva su alcuni documenti del Kgb, stabilì che il colpevole era un'altra persona, ma non meno di venti testimoni riconobbero in John Demjanjuk la guardia sanguinaria che conduceva personalmente i prigionieri ebrei alle camere a gas. Dopo l'assoluzione, gli Stati Uniti - suoi ospiti inconsapevoli - gli restituirono la cittadinanza e lui fece ritorno indisturbato a Cleveland. Scoperto ma libero, tornò al suo limbo di non memoria, non coscienza e non vita. Lui era lui, Ivan il Terribile boia di Treblinka, e contemporaneamente era un altro, tranquillo signore della provincia americana. Era un tedesco che aveva smesso di vivere a trent'anni e un americano che a trent'anni era nato. Un americano senza memoria e un tedesco senza futuro. Nessuno, in fondo non era nessuno.

Adesso, a più di vent'anni di distanza dal primo processo, un altro giudice viene a smuoverlo sul fondo della sua vita perduta. Un tribunale tedesco lo accusa di aver partecipato, con un ruolo di spicco, alle uccisioni compiute tra il marzo e il settembre del 1943 nel campo di Sobibor e ha chiesto agli Stati Uniti di estradarlo per sottoporlo a giudizio in Germania. Ma la procedura di estradizione, di solito rapida per crimini così atroci, è complicata dalle condizioni di salute dell'imputato e dall'appello rivolto dai familiari a una corte federale dell'Ohio. Per ora, in attesa che la giustizia americana si pronunci, Ivan il Terribile resta a casa sua.

Che si tratti di un odioso contrattempo o di un intoppo provvidenziale è difficile da dire. Di fronte a vicende del genere gli argomenti del diritto si confondono con quelli dell'etica e della pietà umana in un groviglio inestricabile. Più che il «giusto» forse è il caso di ricercare la soluzione più «opportuna», posto che qualsiasi soluzione turba la coscienza almeno quanto la rinfranca.

I crimini internazionali dell'individuo, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, sono imperscrittibili, come imprescrittibile è l'esigenza universale di giustizia di fronte all'orrore dell'Olocausto e in particolare il diritto alla giustizia delle vittime di quei giorni e dei loro parenti e discendenti. Ma è ormai una giustizia che va ricercata nella storia, nella politica, nella cultura, piuttosto che nelle aule dei tribunali. A che serve riaprire un caso che risale a più di sessant'anni fa? Se Demjanjuk fosse stato catturato e processato nell'immediatezza degli eventi, a Norimberga o anche qualche anno più tardi, come Eichmann, quando le ferite erano ancora aperte e dolorose, tutto avrebbe avuto un senso. Ma oggi sa di forzatura: un'azione «dimostrativa» senza effetti pratici sulla realtà. Se si è pentito, Demjanjuk ha già compiuto in qualche modo la sua espiazione; se non si è pentito, è del tutto prevedibile che non lo faccia ora. In ogni caso la sentenza del tribunale tedesco poco cambia nella sua vita e in quella delle persone che hanno trascorso sessant'anni nel dolore. Potrà solo, a limite, causare un fremito di sadica soddisfazione agli inquisitori più irriducibili.

A un certo punto bisogna chiudere i conti col passato, specie se il passato non è più soggetto a mutamenti sostanziali, per consegnarlo definitivamente alla storia, per rileggerlo e meditarlo, per farne magari un simbolo e additarlo al plauso o al disprezzo delle future generazioni. Cambiare un punto o una virgola, aggiungere un nome alla lista dei carnefici, trovare il responsabile di altre cento o mille morti, purtroppo vale a poco. Solo l'uomo può cambiare se stesso, diceva Karl Jaspers: se il senso di colpa e la volontà di espiare hanno attecchito nei reduci di quei terribili giorni, nei loro eredi, nelle generazioni che portano il peso e la macchia dell'Olocausto, allora la rinascita delle coscienze - che è il fine di ogni pena e il tributo più degno alla memoria delle vittime - è già avvenuta.

In questa prospettiva, che sia un tribunale tedesco a chiedere l'incriminazione di Demjanjuk non è senza significato. Il popolo tedesco non ha più remore a frugare nell'armadio delle mostruosità del nazismo (che è l'armadio di un'intera nazione) e continua a nutrire un desiderio vivissimo, quasi un'urgenza, di purificazione. La vicenda di Ivan il Terribile dimostra una volta per tutte che la Germania ha sviluppato un'autonoma, solida coscienza dell'orrore nazista, ma non ha certo bisogno di dimostrarla mettendo alla sbarra un uomo che non è più quello di sessanta e passa anni fa. Se si aggiunge che il destino ha provveduto da solo ad assegnargli la giusta (?) pesante mercede, il caso è davvero chiuso.




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