Il 23 aprile scorso David Kilcullen, esperto di contro-insorgenza internazionale e consulente del generale Petraeus, nonché autore del libro appena pubblicato The Accidental Guerrilla. Fighting Small Wars in the Midst of a Big One, è stato ascoltato dal Comitato statunitense per le Forze Armate a proposito della situazione in Pakistan. Il quadro che ne è uscito è desolante e, se consideriamo anche il deteriorarsi della situazione in Iraq, lo stallo nella crisi israelo-palestinese e la corsa verso il nucleare dell'Iran, possiamo dedurne che lo stato delle cose in Medioriente offre pochi barlumi di speranza.
L'ex ufficiale australiano, attraverso una semplice operazione di confronto, ha ricordato quello che spesso si dimentica: da una parte i soldi dei contribuenti americani spesi per quel paese, dall'altra i risultati. Dal 2001 gli Stati Uniti hanno finanziato attività in Pakistan per 10 miliardi di dollari, di cui tra gli 80 ed i 120 milioni al mese per sostenere le operazioni dell'esercito in Afghanistan. Nell'altra colonna, Kilcullen ha elencato la durezza della realtà dei fatti. Nel 2004, dopo una fallita offensiva nel Waziristan, le autorità pakistane hanno stipulato un accordo con i Talebani, a cui hanno ceduto ufficialmente il controllo di parte della stessa valle, seguito da un altro cedimento nel 2006, che ha permesso un'offensiva nemica nell'inverno che si è protratta fino a quello successivo. Per finire, l'accordo del 2009 ha permesso ai Talebani di assumere il governo di intere regioni.
Nelle zone invece sotto il controllo - per così dire - del potere legittimo si è assistito ad un aumento degli attentati suicidi; al rilancio della shari'a anche al di fuori dell'area tribale; nel dicembre 2007 all'assassinio di Benazir Bhutto; al supporto esplicito di alcuni settori dei servizi segreti (ISI) ai guerriglieri talebani; nel 2008, ecco le bombe al prestigioso hotel Mariott a Islamabad, segno della precarietà del potere centrale, e l'azione terroristica a Mumbai in India ad opera di un gruppo addestrato e finanziato dall'ISI; alla chiusura delle vie di comunicazione ai convogli che rifornivano le truppe NATO in Afghanistan a causa della distruzione di moltissimi veicoli; all'uccisione di centinaia di funzionari civili e militari che si sono rifiutati di avallare l'operato dei gruppi musulmani estremisti; agli incidenti tra le guardie di confine pakistane e le truppe NATO; alla ripresa di movimenti di insorgenza in Baluchistan; alla scoperta, ma non alla distruzione, di cellule talebane nelle maggiori città; agli attacchi alla popolazione sciita, secondo il copione già messo in atto da Al Qaeda in Iraq; all'aumento di infiltrazione di guerriglieri stranieri in Pakistan, specialmente dal Punjab.
Questi elementi - abbiamo citato solo i più evidenti nella testimonianza di Kilcullen - mostrano senza ombra di dubbio il disfacimento dello Stato pakistano e la sua corsa verso la classificazione di «Stato fallito», dato il moltiplicarsi di centri di potere armato ostili a Islamabad. I fatti più preoccupanti, al limite della guerra civile, però risiedono nell'aperta rivolta dei servizi e di settori delle forze armate al governo centrale. Tutto ciò, assieme al manifestarsi della crescente forza di Talebani e affini, conduce verso il caos.
Ma il Pakistan non è la Somalia: l'arma nucleare e la situazione geografica tra India, Afghanistan e Iran rendono impossibile la politica dello struzzo. E allora che fare? Ecco la dura conclusione del consulente di Petraeus. Innanzitutto riconoscere la realtà: accanto ad una maggioranza di establishment e di popolazione sicuramente contrari a vecchi e nuovi Talebani, fondamentalisti e signorotti della guerra tribali, vi è una forte minoranza (che diventa maggioranza in alcuni settori come le guardie di frontiera e i servizi segreti) cha sta al fianco degli insorgenti. Quindi, visto che gli Stati Uniti non possono abbandonare il paese al proprio destino, la prima necessità è costruire una polizia e dei servizi che siano fedeli alla causa. La seconda priorità è rappresentata dal rafforzamento delle istituzioni civili. Ecco il pesante compito - certamente di contro-insorgenza, ma sarebbe più corretto a questo punto paralre di «soluzione geopolitica» - che ricade tutto sulle spalle degli americani, in un'opera che assomiglia più alla tela di Penelope che ad un'azione risolutiva.
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