Lunedì pomeriggio torno a Roma dopo aver concelebrato la Santa Messa per le esequie di don Gianni. Mille pensieri, immagini, ricordi mi sommergono. Il mio padre spirituale non è più. Colui con cui ero abituato a confrontare tutte le mie scelte non era più li, con le sue domande penetranti, a farmi riflettere. Molti pensano che il ruolo di direttore spirituale sia quello di dare ordini, ma per don Gianni non era affatto così. Mi stimolava a capire le vere motivazioni del mio agire, quelle nascoste, che spesso non affiorano alla coscienza, lasciando intatta la mia libertà.
Tutto cominciò per la frequentazione con un amico di mio fratello, che abitava vicino a don Gianni. Mi portò una sera ad una riunione in cui Baget parlava di mistica e di vita cristiana. Nacque un'amicizia incrollabile. Quando il Cardinale Siri mi impose di non vederlo, nel 1981, come condizione per l'ordinazione sacerdotale, accettai per obbedienza, ma con la morte nel cuore. Lui capì e apprezzò l'ubbidienza. Anni dopo andai dall'Arcivescovo, Baget stava fisicamente male, per chiedergli di poterlo rivedere. Mi rispose: «Certo caro, d'altronde come potrei impedirtelo?». Non aveva capito nulla dell'obbedienza spirituale che gli avevo tributato.
Leggo i commenti funebri. Appare il politico, l'intellettuale, la fine intelligenza. Nessuno che abbia visto l'altro volto di don Gianni: quello spirituale e sacerdotale. Ricordo un anno in parrocchia: tenendo in mano il testo greco del Vangelo di San Giovanni, lo commentava, a occhi chiusi, seguendo una segreta ispirazione. Non era «esegesi», ma una lettura spirituale che ci dava la comprensione profonda di cosa l'Evangelista volesse comunicare con il suo scritto. E così infiniti altri testi, letti nello Spirito. Del mistico don Giovanni Battista Baget Bozzo pochi sanno, i suoi amici più fedeli. Questo, per me, era l'uomo più vero, quello che desiderava poter leggere, predicare e confessare, celebrare la Santa Messa. Mi confidava che in realtà questo era il desiderio della carne, la tentazione, non la sua reale vocazione. La profezia, questa era la sua grande vocazione battesimale. Nata prima del sacerdozio. Mi ha introdotto nella comprensione di questo grande martirio: vedere il mondo e la storia con gli occhi di Dio, con la stessa passione dell'Unica Divinità. Mi spiegò come il comando del Signore (le «voci» - così lui le chiamava) non ti esime dal ricercare una motivazione umana all'agire. Mai motivò la modalità delle sue scelte con la profezia: quella era lasciata alla sua libertà e quindi alla sua possibilità di sbagliare. L'angoscia della possibilità dell'errore umano nella modalità delle scelte fu il suo vero martirio, la sua agonia, la sua notte oscura, lo spazio umano del fallibile, lui, che aveva visto l'uomo e la sua storia con gli occhi stessi di Dio. Lui, che aveva visto quanta gloria il Signore ha dato all'uomo disponendo la sua divino-umanità. Mi diceva: «Dio mi consuma, mi è stata data la stessa passione di Dio per l'umanità. Ma questa passione mi distrugge».
Creò in sé e per noi uno spazio di libertà, consapevole che verità, amore e libertà sono facce del medesimo Dio, rivolte all'uomo e a questo offerte, perché l'uomo divenga Dio. La profezia non gli ha tolto le caratteristiche umane, che rendono più o meno simpatico e fallibile, ma gli ha dato l'alienità divina come sua propria. E così: consummatum est.
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