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Numero 475
del 15/05/2012
Una vita da mistico PDF Stampa E-mail
! di Giovanni Tassani
tassani@ragionpolitica.it
  
mercoledì 13 maggio 2009

C'è un filo antico che mi unisce a don Gianni. Quando i miei genitori si sposarono, nel 1938, andarono a Roma, e furono partecipi con tante altre coppie di sposi di una memorabile udienza a Castelgandolfo in cui il papa della Regalità di Cristo, Pio XI, condannò la croce hitleriana esposta nell'Urbe. Passarono le loro notti presso le sorelle Portoghesi, auspice mio zio Peppino, sacrista alla Chiesa Nuova, dove veniva però chiamato Peppone per distinguerlo dal giovane chierico Peppino. In quelle stesse stanze abiterà poi dieci anni dopo, con i maggiori della comunità del Porcellino, anche il giovane Gianni Baget. Dopo due decenni, nel '77, mio zio e Gianni si rividero a Forlì, la mia città, dove avevo invitato Gianni sui temi della «società radicale», e ricominciarono a parlare di amici comuni ed ecclesiastici, di cui mio zio, pur novantenne, conservava precisa memoria.

Il nome di Gianni per me era apparso per la prima volta invece nel '61: il parroco di San Giovanni Bosco a Cinecittà, don Garbin, già fondatore dell'Opera salesiana a Forlì, legatissimo ai miei, inviava da Roma a mio padre «Lo Stato», periodico in cui compariva quella stessa firma che io avevo notato tra le più frequenti nell'antologia, da me sedicenne acquistata a rate, di Cronache Sociali. Notai il cambio di prospettiva tra il Baget ventenne e quello trentacinquenne e cominciai da allora ad interessarmi della persona e della sua lettura della contemporaneità italiana.

Fu Gianni a cercarmi, nel '76, quando si vide da me ritratto nel mio primo, e acerbo, libro giovanile su: La cultura politica della destra cattolica. Da allora nacque un legame che è durato 33 anni, senza mai crisi ed anzi sempre più fraternamente consolidatosi. Dopo il caso Moro mi offrì di continuare con lui la storia della Dc centrandola sulla figura dello statista, di cui aveva ben penetrato pensiero e strategia: nacque così un volume che credo resti, come i due suoi precedenti (che andrebbero ora ripubblicati, come un classico) una lettura densa e penetrante dell'esperienza democristiana. «Un buon cappuccino», mi disse una volta: ove la mia tessitura era il latte ed i suoi ampi squarci interpretativi il caffé. Poi venne l'intervista per Marietti, I tempi e l'eterno, interrotta a metà, nell'estate '86, da una violenta crisi d'ansia, e portata a termine grazie alla bontà sempre disponibile del suo migliore amico, Claudio Leonardi.

Credo che i periodi di feroce dolore che a più riprese hanno assalito Gianni da allora siano stati legati a quel suo sporgersi con tutto sé stesso verso la parte oscura dell'uomo e verso la possibilità del nulla senza Dio. Come un vero mistico, che fa esperienza dell'essere e del nulla. «Ho sperimentato la notte oscura» mi diceva ancora recentemente, cioè l'esperienza mistica sull'abisso, come Giovanni della Croce e Teresa di Lisieux, sua ispiratrice. Gianni, con la sua umanità e il suo genio intellettuale, ha respirato, e ispirato, gli ambienti umani più vari: democristiani, destri, postsessantottini, socialisti, radicali, neoliberali. «Mi piace ruotare. Che male c'è?» titolò una volta Il Manifesto una mia intervista a lui, candidato europeo per i socialisti, nell'84. Con ciascuno ha mantenuto, o cercato di mantenere, i rapporti, al di là delle aspre polemiche.

Purtroppo, guardando sempre avanti, si è disinteressato del suo passato e non ha conservato un archivio personale. Teneva tutto a mente, contando sui suoi prodigiosi circuiti neuronali. E scriveva libri di puro pensiero, originali, senza note, poiché non apprezzava l'erudizione compiaciuta. Gianni come antiaccademico, specie in campo teologico, dove la forma tende a uccidere il cuore e la sostanza. Le sue polemiche contro i «cattolici democratici» ed i postdossettiani vanno letti anche in questa chiave: gruppi di potere e baronie senza più coerenza al di là della propria sopravvivenza. In tutti questi anni di mie ricerche ho rintracciato sue tracce, corrispondenza e documenti, in vari archivi: Scelba, Gonella, Dossetti, Gedda, e recentemente Andreotti, e gli ho portato a rileggere così lacerti del suo passato che hanno sempre confermato la sostanza di ciò che egli aveva trattenuto in memoria, solo ampliando notizie e specificando date. Erano occasioni per conversazioni e riflessioni autobiografiche su cui non avrebbe in altra occasione scelto di diffondersi, ma che con me affrontava e un po' in me, e nella mia affettuosa attenzione, rispecchiandosi. Nel chiudere la riflessione in questa sede, politica, penso di poter affermare che tra i tanti campi fecondati dal genio e dall'umanità di Gianni, il Popolo della Libertà potrà vantarsi, sempre ringraziandolo, di aver ricevuto in lui l'apporto diretto di una lettura originale della storia italiana, coerente con la lezione sturziana e degasperiana, cioè con il filone centrale, e necessario, della nostra democrazia.




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