| Autore: |
Enzo Bettiza |
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| Editore: |
Mondadori |
| Prezzo: |
18 € |
| Pagine: |
161 |
Chi era a Budapest, nel 1956, per raccontare la rivoluzione ungherese? Chi a Praga, nel '68, per assistere all'eroismo di Dubcek e dei protagonisti di quella Primavera di libertà? Chi andava e veniva tra le due Berlino? Chi ha visitato la Cina di Deng? Un piccolo aiuto: è lo stesso che intervistò tre volte Ceausescu e che conosce profondamente, anche per le proprie vicende personali, l'universo jugoslavo, così come ha sempre seguito in prima persona il disfacimento del gigante sovietico, l'apparentemente immarcescibile Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Enzo Bettiza firma il suo terzo libro sulla storia recente dell'Europa orientale. Dopo aver narrato i drammi vissuti da Nagy e dagli ungheresi, da Dubcek e Svoboda e i cecoslovacchi, ecco che il giornalista ci conduce, a partire dai funerali di Tito, lungo il disfacimento della federazione jugoslava, quando ancora il nome di Slobodan Milosevic diceva poco o nulla. Il libro si apre con la descrizione di ciò che accadde a Vienna il 3 e 4 giugno 1961. Bettiza fa dell'incontro tra Kennedy e Kruscev l'incipit del suo libro, piacevole anche perché scritto in un italiano scorrevole. E così apprendiamo le perplessità del grande Adenauer ad una Germania riunificata, così come prendiamo confidenza con le due grandi guide della Ddr, il terribile Ulbricht e l'ottuso Honecker. Stalin voleva davvero la Repubblica democratica tedesca all'interno della Cortina di ferro? Le pagine di Bettiza sono illuminanti.
Non soltanto politica internazionale in queste pagine. Lo scrittore racconta dei suoi rapporti con un protagonista della storia del Partito Comunista italiano come Gian Carlo Pajetta. E dei tormenti del responsabile degli affari internazionali del Pci di fronte allo sfaldamento del regime comunista a Mosca: «Pajetta appariva insieme incredulo e sdegnato dall'irruzione di quelle privatizzazioni primordiali nel sacrario della rivoluzione mondiale. Una sera, con ghigno cattivo, mi disse: "Vedrai che fra poco, per arraggiarsi e sopravvivere, venderanno al museo delle cere di New York anche la mummia di Lenin"». E Bettiza, del Pci, salva solo Pajetta. «Perché la verità è che il Pci aveva fatto assai poco, quasi nulla, per realizzare in proprio e in anticipo la caduta dei muri all'interno del partito». Questo coraggioso decano del giornalismo italiano spiega anche che «non c'è stato un Ottantanove cinese e che sarebbe errato, quindi, dare una valenza ottantanovesca alla repressione di Tienanmen».
L'autore affronta anche senza infingimenti, nella postfazione, il comportamento dei comunisti italiani: «Veniamo al dunque. Pur professandosi democratici, pur vivendo fin dal 1945 in una democrazia aperta, legata e protetta dall'Occidente, dove sarebbe stato possibile e naturale anticipare le metamorfosi dei comunisti orientali, i comunisti italiani hanno preferito rinchiudersi nel ghetto del loro passato e della loro "diversità". Hanno in sostanza preferito mettersi al rimorchio degli eventi piuttosto che precederli. Neppure il crollo del Muro nel 1989, neanche lo slancio di Soldarnosc in Polonia, nemmeno la presenza a Roma di un pontefice polacco, dotato d'acume politico, riuscirono a incoraggiare a smuovere il Pci dalla sua staticità insofferente del moto e dei cambiamenti. Fino all'ultimo respiro dell'Unione Sovietica, cioè fino al 1991, predominarono ai vertici e nella base il paralizzante mito della continuità, il culto dannoso di Togliatti, il pregiudizio moralistico di una "diversità" che altro non era se non sinonimo di passività. Bisognava proprio aspettare la convalida notarile del decesso dell'Urss, - si chiede Bettiza - in grave malattia fin dal 1985 e in coma irreversibile dal 1989, per rendere il senile Pci diverso nei fatti, non nelle chiacchere, dandogli un altro nome e un altro simbolo? Insomma - conclude l'autore, accomunando così gli italiani ai cinesi - un Ottantanove autentico non c'è stato per il comunismo italiano».
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