L'ultimo appuntamento col 25 aprile ha riservato un supplemento di polemiche. La solita querelle sulle celebrazioni della Liberazione si è protratta per via dell'uscita nei cinema de «Il sangue dei vinti», libera trasposizione sul grande schermo del libro omonimo di Giampaolo Pansa. E' questo probabilmente il capitolo più controverso della saga dedicata dal giornalista torinese agli anni della Resistenza e della «guerra civile»: l'autore vi riporta alcuni episodi particolarmente cruenti, stragi di fascisti della Repubblica di Salò, di fiancheggiatori e simpatizzanti veri o presunti compiute dai partigiani comunisti all'indomani della liberazione; e denuncia il loro sistematico occultamento e il tentativo della storiografia comunista di «appropriarsi» della Resistenza. Il film sfuma le motivazioni politiche per concentrarsi sulla ferocia e la tragicità della lotta fratricida; ma l'indignazione che traspare dalle pagine di Pansa è ben presente.
Non stupisce che il dibattito, appena sopito, si sia subito riaperto. La tesi di Pansa è avvincente e un po' provocatoria, di quelle che fanno infuriare l'intellighenzia sinistrorsa. Prima del 25 aprile, nell'ambito del CLN, e dopo il 25 aprile, nell'Italia liberata, il Partito Comunista cercò di realizzare con la forza un piano di egemonia politica che avrebbe potuto (e forse dovuto) favorire l'instaurazione di una «democrazia popolare». Ne fecero parte gli eccidi ai danni dei partigiani liberali e cattolici (come quello tragico di Porzus) e, subito dopo la liberazione, rastrellamenti e massicce esecuzioni di fascisti e repubblichini. Episodi isolati, ribattono da sinistra: nel 1944 a Salerno il Pci scelse la via della responsabilità e della moderazione e Togliatti fu il promotore dell'amnistia che nel 1946 salvò militanti e simpatizzanti del passato regime dalla spirale della vendetta. Ma i revisionisti rilanciano: è un fatto che nell'immediato dopoguerra il Partito Comunista mantenesse attivo per alcuni anni un autentico apparato paramilitare col compito di attuare la «rivoluzione»; in più autorevoli esponenti della Resistenza, come Ferruccio Parri, hanno parlato di circa trentamila epurati dalle brigate comuniste dopo la fine della guerra; e quanto all'amnistia, essa cancellava anche i reati compiuti, in guerra e non, dai partigiani rossi.
La storiografia più accorta ha elaborato da tempo una versione dei fatti convincente e supportata dalle evidenze. Nel periodo compreso tra il settembre del '43 e l'aprile del '45 (e in alcuni casi anche dopo), accanto alla guerra di liberazione condotta dagli Anglo-americani e dal movimento di resistenza contro i nazisti e i loro alleati della Repubblica Sociale, si svolse in Italia un'autentica guerra civile tra partigiani e repubblichini. I contendenti non erano sullo stesso piano: c'era una parte giusta, quella della libertà e della democrazia (ma a quale libertà pensavano i comunisti?), e una parte sbagliata, quella dell'oppressione e della dittatura nazifascista. Molti Italiani andarono dalla parte giusta, per ragioni non sempre nobili; altri scelsero la parte sbagliata, non solo per ragioni abiette ma spesso perché convinti che il fascismo potesse realmente rinnovarsi e che l'Italia non dovesse comunque tradire l'alleato tedesco. Nell'uno e nell'altro schieramento ci furono canaglie e galantuomini, eroi e farabutti: in che misura e con quali differenze è un fatto che attiene più alle storie personali che alla visione d'insieme. Alla fine, la vittoria della parte giusta portò all'Italia libertà e democrazia. Questa è la storia come la raccontano i revisionisti: una ricostruzione tutt'altro che scandalosa, anzi puntuale e avveduta nell'uso delle fonti. Peccato solo che stenti ancora a farsi strada nella «vulgata», al punto da suscitare, ogni volta che viene proposta, un coro di obiezioni, distinguo e stizzite rettifiche.
Ancora oggi la Costituzione, figlia dell'immediato dopoguerra, è gravata dallo spettro di quei giorni di paura e di speranza. Nell'architettura istituzionale e, a tratti, nell'ispirazione ideale risente di un momento storico delicatissimo e ormai trascorso. Una riforma ragionata e condivisa della seconda parte della Costituzione potrebbe essere il modo per far rientrare nell'alveo della Carta quelle famiglie politiche, in primis nazionalisti e liberal-conservatori, che ne rimasero fuori all'atto della nascita. Solo un anno fa la stagione delle riforme sembrava imminente e la stessa legislatura in corso nasceva con dichiarati intenti costituenti; ma poi l'interferenza della crisi economica e la frenesia della politica «di tutti i giorni» hanno rinviato il progetto. In Italia, si sa, la marea monta all'improvviso e altrettanto rapidamente si disperde, eppure, in questo particolare momento storico, la riforma della Costituzione ha una funzione essenziale: raccogliere intorno alla Carta, senza più riserve, l'intero spettro politico italiano; seppellire con gli inconvenienti di un problema del presente fantasmi ostinati del passato.
Condividi questo articolo      
|