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Numero 475
del 15/05/2012
Fede e laicità PDF Stampa E-mail
! di Andrea Camaiora
camaiora@ragionpolitica.it
  
venerdì 22 maggio 2009

Le dichiarazioni di Gianfranco Fini sul tema della laicità, dell'impatto della fede nella società, nella politica e dunque anche nelle leggi sono l'affermazione di un modello, quello dello Stato francese. Ma i richiami al «neutralismo» delle istituzioni dell'ex leader di An sembrano essere rivolti più all'Etat chiracchiano che alla Repubblica francese di Nicolas Sarkozy. Le parole di Fini, comunque, hanno avuto un effetto indiscutibile: si sono imposte al centro del dibattito politico e culturale del nostro paese, dividendolo in due, come sempre accade da quindici anni in Italia.

Molti sono stati gli interventi in dissenso da Fini. Piero Ostellino ha scritto: «Caro Fini, il nemico della libertà è lo Stato, non la Chiesa». Il portavoce di «Scienza e Vita», Domenico Delle Foglie, invece, ha sottolineato come «Fini si stia costruendo un nuovo universo politico di riferimento».

L'analisi più lucida è però quella svolta dal presidente della Fondazione Lepanto, Roberto De Mattei, il quale ha sostenuto che «la sistematicità delle dichiarazioni di Fini dà l'idea di una coerenza strategica». Per De Mattei, vice presidente del CNR, «piaccia o no, bisogna prendere atto di trovarsi di fronte ad una linea chiara, ma non per forza vincente, che porta Fini ad assumere un preciso ruolo nel panorama politico». L'interpretazione di De Mattei, dunque, tenderebbe ad avvalorare la tesi di chi sostiene che la gaffe su Pio XII, i commenti favorevoli alla sentenza della Consulta in merito ai contenuti della legge sulla fecondazione assistita e le ultime dichiarazioni sulla laicità facciano tutte parte di un disegno politico organico, partorito dall'intelligenza di uomo dello spessore e dell'esperienza di Gianfranco Fini.

Sul tema della laicità delle scelte politiche e dell'intervento della Chiesa nella società, tuttavia, si parla da tempo: «Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa. Il culto e la carità sono apprezzati anche dalla mentalità laicista: in fondo - si pensa - la preghiera non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato». Si esprimeva così il cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Cei, intervenendo poco meno di un anno fa al Meeting di Rimini. Due anni prima Benedetto XVI, al convegno ecclesiale di Verona, affermava che «Cristo è venuto per salvare l'uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa, fin dall'inizio, hanno avuto una dimensione e una valenza anche pubblica».

Basterebbero queste due citazioni per chiudere una volta per tutte la polemica infinita sulla dimensione pubblica della fede. Tuttavia il laicismo guarda alla Chiesa come ad un agente politico. Già don Sturzo scrisse del rifiuto da contrapporre agli «-ismi», che sono degenerazioni di concetti e valori più nobili. È così anche per il laicismo. E nel nostro paese c'è una bella differenza tra laici e laicisti. I primi, che non appartengono al clero, sono liberi di pensare ciò che vogliono e di esprimersi autonomamente come meglio credono sui grandi valori, a partire dai temi controversi della vita e della morte. Laicisti, invece, sono - non solo nell'immaginario collettivo, ma anche nella realtà quotidiana e concreta - coloro che sono animati da un anticlericalismo preconcetto. Un anticlericalismo così acceso da negare persino il rilievo della fede e della tradizione cristiana in una nazione come la nostra.

A questo proposito, è forse il caso di citare la terza carica dello Stato, il presidente della Camera, che, scrivendo al quotidiano La Repubblica il 19 febbraio 2009, auspicava «una laicità non certo aggressiva nei confronti della religione, aliena da degenerazioni laiciste e anticlericali, aperta al riconoscimento del ruolo attivo e positivo della Chiesa nella società italiana. Una laicità dello Stato che però deve tenere conto che viviamo in un paese la cui storia è inestricabilmente intrecciata alla vicenda del cristianesimo e della Chiesa romana, perché si possa minimamente immaginare un reciproco disinteresse». Va da sé che siamo con il Fini di febbraio.




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