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Numero 475
del 15/05/2012
L'amico con la elle maiuscola PDF Stampa E-mail
! di Andrea Camaiora
camaiora@ragionpolitica.it
  
venerdì 29 maggio 2009

Autore: Giorgio Gibertini Jolly giorgio_gibertini.jpg
Editore: Fede & Cultura
Prezzo: 8 €
Pagine: 72

 

«Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestitino bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Leggevo e rileggevo a Francesco, nella penombra penosa dell'ospedale, il memorabile brano della madre di Cecilia, tratto da I promessi sposi. Non l'avevamo mai letto in questa chiave, eppure al liceo ci eravamo morti sopra entrambi, imprecando contro l'odiato Alemandro Sanzoni (storpiatura classica del nome), sentendo il nostro professore "gigioneggiarsi" nel recitare questo brano e noi intenti ad altro. La madre di Cecilia, quel suo dolore composto di fronte alla morte per peste delle figlie, quella semplice eppur maestosa armonia nella preparazione del vestitino per la festa. Poi la figura del turpe monatto, che si avvicina rispettoso a lei che insiste per posare lei stessa sua figlia sul carretto dei morti appestati, assicurandosi col monatto che nessuno avrebbe levato un filo d'intorno. Addio Cecilia. Che poesia in queste parole, che rispetto per la vita e per la morte, in contemporanea, con la saggezza senechiana di chi sa che la morte è scritta in noi sin dal concepimento, quindi c'è ben poco da turbarsi. Dal momento stesso che viviamo sappiamo che moriremo. Bisogna prepararsi alla morte».

«E poi il gran finale, che in quei giorni assumeva non solo il tono di elevato congedo, ma anche la figura simbolica di un percorso da seguire. Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla finestra, tenendo in collo un'altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire assieme?. Mettersele accanto per morire assieme? Che cos'altro posso fare io, Francesco, ora che so tutto, ora che ci siamo detti tutto, se non venir qui ogni sera, ogni giorno, e stare accanto al tuo letto per accompagnarti a morire?».

E' una pagina dell'ultimo libro di Giorgio Gibertini Jolly, giornalista, infaticabile attivista pro vita, stretto collaboratore dell'onorevole Antonio Palmieri. La morte è la protagonista di questo libro, dal titolo L'amico con la elle maiuscola. Già, la morte. Eppure quello scritto da Gibertini non è un libro macabro. È semplicemente pervaso da tristezza, che ha per co-protagoniste la voglia di vivere, l'amicizia e l'amore. Con ironia e semplicità l'autore scrive in un italiano moderno e immediato. Ma non per questo illetterato, come dimostra anche la bella citazione manzoniana. I protagonisti del racconto firmato da Gibertini fanno i conti con la SLA, la terribile sclerosi laterale amiotrofica, di cui descrive i sintomi, sconosciuti ai più.

Dalla prima pagina - che si apre con la figura di Ezechiele - il libro non smette di stupire e sa tenere col fiato sospeso e gli occhi lucidi. Il profumo di sigari e le spiagge di Fortaleza lasciano presto spazio ai confetti delle visite in ospedale e alla presa di coscienza più dura da ascoltare: «Sto morendo». Francesco, malato di SLA, affronta il mistero della morte con coraggio e serenità. Francesco è colui che, di fronte all'identico dramma vissuto da Piergiorgio Welby, sceglie la strada opposta. Si chiede Francesco: «E che devo fare, uccidermi, chiederti di uccidermi portandomi lassù in collina ed iniettandomi l'insulina, finché non mi vedi rantolare nel prato e poi morire? No, la SLA mi dà la possibilità di vivere questi ultimi momenti».

L'opera di Gibertini non ha la presunzione di insegnare niente a nessuno, ma è una grande testimonianza di amore per la vita. Lo ha capito anche Giorgia Meloni, che ha firmato l'introduzione al libro. L'amico con la elle maiuscola - come ha osservato nella prefazione don Giovanni D'Ercole - è un meraviglioso «contributo al Vangelo della Vita».




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