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Numero 385
del 02/09/2010
Verso l'incontro tra Obama e Benedetto XVI PDF Stampa E-mail
! di Fabrizio Anselmo
anselmo@ragionpolitica.it
  
giovedì 25 giugno 2009

L'agenzia di stampa dei vescovi americani, Catholic News Service, ha annunciato per prima che il 10 luglio, alla fine del G8 dell'Aquila, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si recherà in Vaticano per incontrare, per la prima volta dalla sua elezione, il Santo Padre Benedetto XVI. L'incontro è stato reso possibile dal superamento delle recenti incomprensioni relative alla nomina del nuovo ambasciatore americano in Vaticano. E' cosa risaputa che nei Sacri Palazzi avrebbero gradito un rappresentante diplomatico sulla «falsariga» di quello uscente. Mary Ann Glendon, prima donna a ricoprire tale incarico, era riuscita, infatti, ad instaurare un rapporto in piena sintonia con le gerarchie ecclesiastiche - sebbene fosse divorziata e risposata - grazie, in particolare, al fatto di essere un'attiva sostenitrice del movimento antiaborista femminista pro life e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, tanto che, nel 1995, venne messa dal Vaticano a capo della propria delegazione alla IV Conferenza mondiale sulle donne, dove si fece portavoce delle istanze contro l'uso del profilattico.

La sostituzione della Glendon ha creato recentemente alcuni attriti e fonti attendibili hanno affermato che il Vaticano avrebbe espresso parere negativo su tre candidati indicati dall'amministrazione americana per rappresentare gli Stati Uniti presso la Santa Sede. Fra i nomi bocciati, secondo quanto riportato dall'autorevole Washington Post, vi sarebbe stato anche quello di Caroline Kennedy, figlia del presidente assassinato nel 1963 ed intransigente sostenitrice del diritto all'aborto (oltre che a favore della ricerca sulle cellule staminali). L'impasse è stata recentemente risolta con la nomina di un rappresentante gradito alla Santa Sede: si tratta del teologo di origini cubane Miguel Diaz, docente di teologia presso la St. John's University in Minnesota. Una fonte della Casa Bianca ha descritto Diaz (il quale, in gennaio, ha dichiarato: «Dovunque possiamo, dovremmo far avanzare la vita a tutti i livelli») come «chiaramente pro life» e ha spiegato che la decisione di scegliere un fine teologo e non un finanziatore della campagna elettorale di Obama rappresenta un'indicazione «di quanto seriamente l'amministrazione Usa stia considerando le relazioni con il Vaticano».

A differenza di quanto comunemente si suppone, è solo dal 1984 che gli Stati Uniti hanno una propria ambasciata presso il Vaticano. L'andamento dei rapporti fra Santa Sede e Usa, prima di questa data, può essere suddiviso in alcune macro-fasi. La prima segnata da un progressivo rafforzamento della presenza diplomatica, interrotta bruscamente nel 1867 dal mancato rifinanziamento della missione da parte del Congresso. Seguirono, così, anni di assenza totale di formali rapporti sino almeno alla presidenza Roosevelt e all'elezione del «sincero amico» Eugenio Pacelli. I rapporti godettero, quindi, di un rinnovato slancio, ma di breve durata, con la nomina di Myron Taylor a rappresentante personale (con il rango di ambasciatore) del presidente degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Con la fine della guerra i rapporti si incanalarono su un binario morto ed il Congresso impedì a Truman di confermare la presenza in Vaticano. Fu Nixon a ripristinare una forma, per quanto minima, di rappresentanza diplomatica presso la Sede nel 1970, che non contrastasse con la legge di spesa del 1867. Ma sarà il presidente Reagan, grazie alla sua intesa personale con Giovanni Paolo II, a dare una struttura definitiva ai rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede.

La situazione delle relazioni tra Usa e Chiesa cattolica sta attraversando un momento particolare, dovuto all'elezione di Barack Obama. Fra la Santa Sede e la Casa Bianca di George Bush vi fu una sorta di patto di reciproca convenienza: Bush, la cui politica estera veniva spesso condannata dal Vaticano, riconosceva l'autorità spirituale della Chiesa cattolica nel mondo e la Santa Sede constatava con soddisfazione che le convergenze, nelle questioni morali, erano maggiori delle divergenze. Oggi la situazione sembra essere capovolta. E' nel campo della politica estera che si concentrano le principali convergenze tra le due parti: Benedetto XVI, infatti, con riferimento al conflitto tra Israele e Palestina, ha recentemente sostenuto il piano «due popoli, due Stati», appoggiato anche dal presidente Obama. Altri punti di incontro sono quelli relativi all'abolizione della tortura, all'assistenza alle donne ed alla materia dell'immigrazione. Più tesi sono, invece, i rapporti sul piano delle questioni eticamente sensibili. I vescovi americani hanno, infatti, espresso il loro dissenso riguardo alla decisione della nuova amministrazione americana di sbloccare i fondi federali destinati ai gruppi che promuovono l'aborto nei paesi in via di sviluppo. A ciò si aggiunga che Obama ha rimosso il divieto, voluto da Bush nel 2001, di finanziare con fondi pubblici la ricerca sulle cellule staminali, provocando la reazione della Conferenza dei vescovi americani, la quale ha dichiarato che si tratta di «una triste vittoria della politica sulla scienza e l'etica».

Politica internazionale, aborto, cellule staminali: saranno tutti argomenti all'ordine del giorno nell'incontro tra Obama e Benedetto XVI. Non potrà però mancare un accenno alla nuova enciclica del Santo Padre, la Caritas in Veritate, che verrà pubblicata il 29 giugno: è, infatti, probabile che Benedetto XVI possa trovare in Obama un orecchio attento a molti dei temi in essa trattati.




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