Il presidente americano Barack Obama ha nuovamente pronunciato parole di condanna nei confronti dei metodi utilizzati dal regime iraniano per sedare le proteste popolari che da circa quindici giorni infiammano il paese. Dopo essersi dichiarato «sconvolto e indignato» dalle misure repressive della Repubblica Islamica nel corso della conferenza stampa tenuta lo scorso martedì - nella quale, dopo giorni di critiche per la sua posizione troppo «soft» sulla crisi, ha per la prima volta usato toni forti - l'inquilino della Casa Bianca è tornato sull'argomento (da lui definito «una tragica situazione») nella giornata di venerdì, in occasione di un incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Dopo aver affermato che gli Stati Uniti e la Germania parlano «con una sola voce» nel condannare ogni tentativo del regime di schiacciare il dissenso, Obama ha ricordato che i capi iraniani non possono nascondere la «scandalosa» violenza messa in atto nei riguardi della stessa popolazione: «A dispetto degli sforzi del governo di impedire al mondo di farsi testimone di tale violenza, noi la vediamo e la condanniamo». «Come ho già detto, il popolo iraniano sarà l'ultimo giudice delle azioni del proprio governo», ha aggiunto il presidente Usa, «ma se il governo iraniano desidera il rispetto della comunità internazionale, deve rispettare e prestare ascolto alla volontà del suo popolo».
Parole di fermo biasimo, assai simili a quelle pronunciate nel corso della precedente conferenza stampa, che evidenziano un cambio di atteggiamento da parte del presidente americano nei confronti della situazione iraniana. Sotto attacco da parte di esponenti di spicco dell'opposizione - dal suo ex avversario alle presidenziali John McCain al senatore Lindsey Graham - per il suo iniziale approccio fatto di silenzi e di sostanziale inazione, messo alle strette da numerosi editoriali apparsi sui maggiori organi di stampa che lo invitavano a intervenire e ad esprimere una posizione chiara e ferma, Obama si è visto costretto, con il peggiorare della crisi e il conseguente progressivo aumento delle violenze, ad assumere toni sempre più duri nel trattare l'argomento, biasimando esplicitamente le azioni del regime. Un leggero cambio di assetto rispetto alle posizioni iniziali, rimasto comunque nell'ambito di un clima generale di notevole cautela, che tuttavia ha procurato al comandante in capo i sinceri elogi da parte di chi lo aveva inizialmente sollecitato a puntare il dito contro il governo iraniano («Sono orgoglioso di quanto ha detto il presidente martedì», ha affermato Lindsey Graham, «Il fatto che abbia parlato direttamente è per me incoraggiante»), accompagnati dalle consuete critiche del leader Mahmoud Ahmadinejad, che non ha perso la ghiotta chance di poter accusare ancora una volta gli Usa, così come il loro leader, di interferenze ed ingerenze negli affari del proprio paese.
Nonostante le parole più forti utilizzate nei riguardi della crisi iraniana, «prudenza» è tuttora la parola d'ordine che contraddistingue l'atteggiamento della Casa Bianca. Una strategia che è senza dubbio frutto della nota inesperienza di Barack Obama in materia di politica estera - suo tallone d'achille già emerso nel corso della campagna per le presidenziali, durante la crisi in Georgia - e che non nasconde il grande rischio politico legato alle scelte effettuate dall'amministrazione in questo campo. Un eventuale passo falso, oltre a rendere ulteriormente difficili le già precarie relazioni con l'Iran, potrebbe infatti avere ripercussioni devastanti sulla credibilità politica di Obama in campo internazionale, come avvenne per Jimmy Carter nel 1979. Sebbene il comandante in capo si sia difeso dalle critiche definendo «del tutto coerente» l'approccio da lui tenuto finora, le sue azioni - dapprima una presa di distanza, quindi il rispetto nei confronti dei leader iraniani, infine il biasimo, pur lasciando aperto lo spiraglio del dialogo - risultano quantomeno contraddittorie e sembrano suggerire l'assenza di una precisa strategia, oltre che di una dottrina. «Il presidente Obama sta scoprendo, come già fatto dall'ex presidente George W. Bush, che quando si tratta di governare, l'elezione di altre nazioni possono essere un affare problematico», ha scritto il cronista Jon Ward sul Washington Times.
C'è chi, ed è il caso di alcuni opinionisti del giornale online The Politico, si azzarda a ipotizzare che l'Iran possa trasformarsi ora nell'Iraq del presidente Obama, sinonimo di pantano in politica estera e spina nel fianco dell'amministrazione. «Da candidato presidenziale, Obama promise non solo di mettere fine alla guerra in Iraq, ma anche di terminare "l'atteggiamento mentale che ci ha portato a quella guerra"», hanno scritto gli esperti Flynt Leverett, Hillary Mann Leverett e Seyed Mohammad Marandi, «Il rischio è ora che, nell'interesse dell'opportunismo politico, Obama decida di accontentare coloro con quell'atteggiamento mentale appoggiando gli sforzi del Congresso volti a isolare e "punire" la Repubblica Islamica. Se Obama farà così, la sua politica iraniana soffrirà, come minimo, di incoerenza disfunzionale. Ancora più inquietante, l'assenza di chiarezza strategica potrebbe mettere gli Stati Uniti sulla strada del confronto - magari anche conflitto militare - con un più potente Iran».
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