Si è svolta a Ginevra il 30 giugno una riunione organizzata dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (Unctad) dedicata alla crisi alimentare in Africa, un problema che anche il G8 e il G5 affronteranno tra qualche giorno a L'Aquila: quasi sicuramente, stando alle anticipazioni, decidendo uno stanziamento straordinario di fondi, un grande sforzo collettivo per sottrarre alla fame cronica 300 milioni di africani, un terzo degli abitanti del continente. Si conosceranno i dettagli dell'iniziativa nei prossimi giorni. Fin da ora, però, si può dire che i suoi promotori sono consapevoli che il risanamento delle economie africane questa volta non deve fallire, perché la situazione generale del continente è ormai troppo critica. La povertà intensifica e aggrava la conflittualità già endemica nelle zone rurali, dove si moltiplicano i casi di furto di bestiame e di raccolti e gli scontri armati per il controllo di pascoli, sorgenti e altre risorse vitali. Accresce inoltre l'insicurezza in molti centri urbani, teatro di crescenti aggressioni e violenze, e anche la piaga altrettanto endemica della corruzione.
Tuttavia si sa in partenza che per una parte degli africani in difficoltà il meglio che si potrà fare sarà garantire costante assistenza alimentare, perché i loro paesi sono troppo instabili e i loro governi troppo inaffidabili o inconsistenti perché sia possibile attuare dei progetti di sviluppo di successo. Sotto questo profilo, le notizie più preoccupanti in questa vigilia del G8 riguardano il rapido degenerare delle crisi in atto in Niger e Somalia.
Nel primo caso, la notizia dell'ultima ora è che il presidente Mamadou Tandja, dopo aver sciolto il 26 maggio il parlamento e il principale partito, la Convention démocratique et sociale, ha deciso il 29 giugno di sopprimere anche la Corte costituzionale. Questo organismo aveva dato parere negativo alla sua decisione di indire il 4 agosto un referendum per chiedere l'abrogazione della norma che, limitando a due i mandati presidenziali che una persona può svolgere, gli impedirebbe il prossimo novembre di candidarsi alla carica per la terza volta. Secondo la Corte, la Costituzione non prevede che lo strumento del referendum possa essere usato per modificare la legge elettorale, un compito che spetta al parlamento, ma che neanche il parlamento può decidere in questo periodo perché il Niger ha firmato con gli altri membri della Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale un «Protocollo aggiuntivo sulla democrazia e il buon governo» in base al quale nessuna modifica costituzionale può essere eseguita nei sei mesi precedenti le elezioni. Oltre a liberarsi delle due istituzioni, Tandja ha nominato sette nuovi ministri a lui fedeli, in sostituzione di quelli che si erano dimessi nei giorni scorsi, e ha abrogato altri articoli di legge dotandosi di poteri speciali che ora gli consentono di governare, in pratica, da solo. L'opposizione, che nelle sorse settimane ha organizzato delle manifestazioni popolari di protesta, ha annunciato una marcia sulla capitale Niamey per il 4 luglio e promette di paralizzare il paese. Peraltro Tandja può contare sull'autorevole sostegno del presidente dell'Unione Africana, il colonnello libico Muhammar Gheddafi: «Se il popolo ritiene che il presidente Tandja merita di essere rieletto - ha dichiarato alcune settimane or sono - non è giusto che non possa farlo una terza o anche una quarta volta».
Quanto alla Somalia, la minaccia alle istituzioni da parte delle milizie antigovernative legate al terrorismo islamico, rafforzate da un numero crescente di combattenti stranieri, è diventata tale da indurre il 22 giugno il presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed a dichiarare lo stato di emergenza e a chiedere ai paesi confinanti di inviare delle truppe entro 24 ore in sostegno del governo. L'appello non è stato accolto per ora, ma ha subito provocato la violenta reazione delle forze antigovernative: «Se volete che i vostri soldati tornino in una bara - ha dichiarato un portavoce dell'opposizione armata rivolgendosi ai governi interpellati dal presidente Ahmed - mandateli sul nostro suolo». Neanche lo stato d'emergenza è stato ancora imposto. Per diventare effettivo deve infatti essere ratificato dal parlamento che però manca del numero legale per deliberare e non si riunisce dal 25 aprile, dal momento che, insieme a decine di migliaia di altre persone messe in fuga dai combattimenti quotidiani, quasi la metà dei 550 deputati che lo compongono ha lasciato la capitale Mogadiscio. Come in passato, prima a Nairobi, poi a Gibuti, le istituzioni potrebbero riprendere a funzionare in esilio, posto che serva a qualcosa.
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