Con una decisione unanime martedì 30 giugno la Corte Suprema dello Stato del Minnesota ha decretato la vittoria del democratico Al Franken nella corsa per il Senato statunitense, confermando quanto già precedentemente sancito da un tribunale minore. Un evento che, unitamente alla «concessione» del successo dell'avversario da parte del Repubblicano Norm Coleman, conclude una delle più lunghe e combattute battaglie politiche della storia recente a stelle e strisce. Una vicenda che, iniziata lo scorso 4 novembre, data in cui gli americani si recarono alle urne per eleggere il loro nuovo presidente e per rinnovare buona parte del Congresso, si è prolungata per oltre otto mesi, tra infiniti ricorsi e controricorsi, ventimila pagine di documenti legali, e milioni di dollari di spese elettorali. Un'aspra e lacerante contesa, provocata dalla manciata di voti che divideva i candidati al termine del primo scrutinio - con circa 3 milioni di elettori, Franken era sopra di soli 206 voti - che ha visto l'intervento diretto dei vertici dei rispettivi partiti, decisi a combattere fino all'ultimo sangue per non perdere un seggio al Senato dal significato cruciale, dato il ristretto margine che divide le due fazioni. A duecentotrentotto giorni di distanza dall'election day, con il Senato già in piena attività da mesi, un voto di cinque favorevoli e zero contrari da parte della Corte Suprema ha espresso parere contrario nei confronti del ricorso di Coleman, il quale lamentava l'esclusione di numerosi «absentee ballot» (voti a distanza), ufficializzando così il conteggio ufficiale, che regala la carica di senatore a Franken, vincente per 312 voti.
Alan Stuart «Al» Franken - poliedrico attore comico, autore satirico e televisivo, membro di spicco dello storico cast del celebre show «Saturday Night Live» e, solo recentemente, uomo politico - diventa così il sessantesimo democratico a sedersi al Senato. Il partito del presidente Obama ha quindi raggiunto, non senza sofferenze, e contando su due indipendenti, la soglia simbolica dei sessanta senatori. Quota sinonimo di una maggioranza potenzialmente in grado di rendere pressoché ininfluente l'opposizione, poiché a prova di «filibustering», pratica dell'ostruzionismo spesso utilizzata da parte della minoranza per bloccare, o quantomeno rallentare, i lavori al Congresso e i progetti di legge proposti dagli avversari. Sebbene Franken abbia fin da subito negato di considerarsi semplicemente il sessantesimo senatore dei Democratici («Non è come la vedo io: sarò il secondo senatore del Minnesota, ed è così che farò il mio lavoro», ha dichiarato ai media nei momenti seguenti alla conferma della sua elezione), la sua arcinota e mai nascosta simpatia liberal - dall'opposizione agli interventi militari in Vietnam e, più recentemente, in Iraq, alla richiesta di impeachment nei riguardi del presidente George W. Bush - rende alquanto prevedibile che il suo voto sarà, salvo improbabili sorprese, concorde con le proposte della Casa Bianca. «Nessuno afferma che andrà a Washington per rappresentare interessi di partito o per essere un voto leale per la Casa Bianca, e tutti enfatizzano il proprio desiderio di aiutare la comunità locale», ha scritto Matthew Yglesias su The Daily Beast, «Di ritorno nel mondo reale, comunque, più o meno tutti si aspettano che Franken sarà un Democratico dannatamente leale e un supporter della posizione dell'amministrazione Obama». E i Democratici del Senato hanno già reso noto di voler accogliere il loro nuovo componente al più presto, possibilmente nei giorni immediatamente successivi alla pausa per la festività del 4 di luglio, in modo da poter consegnare al partito un voto fondamentale in vista dei difficili dibattiti su temi quali cambiamenti climatici e riforma del sistema sanitario.
Ciò che tuttavia non rende automaticamente Franken il «sessantesimo voto» democratico al Senato - indirettamente confermando quanto affermato dal senatore neo-eletto, come fa notare lo stesso Yglesias - è invece la composizione della stessa maggioranza nella camera alta americana. Se da una parte è innegabile che "Con la loro supermaggioranza, l'era delle scuse e delle accuse è ora finita", come dichiarato dal Senatore repubblicano John Cornyn del Texas, dall'altra non è possibile trascurare l'incognita relativa alla possibilità che i Democratici possano contare su 60 senatori sempre presenti in aula. I veterani Robert C. Byrd del West Virginia e Edward M. "Ted" Kennedy del Massachusetts, il primo classe 1917, il secondo afflitto da gravi problemi di salute, sono spesso assenti dal Senato. Inoltre, particolare che probabilmente preoccupa ancor di più la maggioranza, è recentemente emerso un manipolo di Democratici moderati e conservatori (i celeberrimi "blue dogs"), in più di un'occasione disposti a prendere posizioni differenti da quelle del partito, indipendentemente dalle direttive della Casa Bianca. "Quando tutti i senatori democratici sono uniti contro tutti i senatori repubblicani su una particolare questione, la maggioranza di 60 voti significa che non c'è nulla che il GOP possa fare", ha scritto il politologo Jay Cost, "Comunque, considerando i moderati di entrambi gli schieramenti - Collins, Landrieu, Nelson, Snowe, Specter, etc. - penso che il numero di tali casi sarà relativamente ristretto". E lo spirito di ribellione, ovviamente, contraddistingue anche l'ala liberal del Partito Democratico, pronta a staccarsi dalla maggioranza su numerose questioni di rilevanza considerevole. A conti fatti, quindi, l'aggiunta dell'ultra-liberal Franken alla compagine democratica al Senato, pur rappresentando una vittoria importante, difficilmente cambierà gli equilibri politici del Congresso americano, ma contribuirà indubbiamente a spostare ulteriormente a sinistra il Senato.
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