«La centralità della persona non è né retorica né scontata. E' importante affermarla in un paese dove per molti essa è stata sostituita dalla centralità della classe o del partito». Così Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, in un passaggio del forum organizzato da Il Tempo. Il Libro Bianco, come abbiamo visto, ha rideclinato la persona nella trama oggettiva di rapporti e nessi sociali, così da superare il vecchio concetto di Welfare State - in Italia, di fatto Stato assistenzialistico, altra cosa dal Welfare - in vista della Welfare Community. Ora è il momento di ridisegnare la missione storica del Pdl e del governo - due soggetti politici omogenei, con funzioni evidentemente diverse - alla luce della centralità della persona.
Osserva Sacconi: «Se chiedete a uno di noi chi siamo, vi risponde: "Siamo quelli che mettono al centro la persona"». Questa centralità cambia molte cose nella politica, ma prima ancora nella cultura politica. Infatti la postmodernità, se da un lato richiama la singolarità del consumatore e del viaggiatore cosmopolita, dall'altro si identifica con collettivi e burocrazie giganteschi, a cominciare dall'eurocrazia così distante dalla vita dei popoli e, dunque, delle persone in carne ed ossa. Questa contraddizione latente e spesso non così latente favorisce la regolamentazione coatta da parte della cosiddetta «superclass», la classe elitaria che «si avvicina sempre di più a certe borghesie autoreferenziali troppo egoiste per far coincidere l'interesse proprio con quello della nazione».
Simone Weil, già negli anni '50 del secolo scorso, affrontò il tema della destrutturazione nichilista a mezzo di una crescente collettivizzazione della società, con la crescita sproporzionata di strumenti politici e regolativi di massa: «Mai l'individuo è stato così completamente abbandonato a una collettività cieca, e mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, ma persino di pensare. I termini di oppressori e oppressi, la nozione di classe, tutto ciò sta perdendo ogni significato, tanto sono evidenti l'impotenza e l'angoscia di tutti gli uomini dinanzi alla macchina sociale, diventata una macchina per infrangere i cuori, per schiacciare gli spiriti, una macchina per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia, e soprattutto vertigine». Un testo contenuto nel grande saggio Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, che andrebbe letto parallelamente alle osservazioni della filosofa francese sul Grosso mostro, sul collettivo come mostro gigantesco e leviatanico capace di ingoiare anche l'inconscio individuale, fino a spolpare la vita spirituale della persona.
Ecco, la centralità della persona, con la conservazione dei valori e la modernizzazione degli strumenti, come chiarisce Sacconi, include tutto questo, un orizzonte molto vasto e, insieme, dettagliato, carico di storia e pensiero. Il nichilismo si vince attraverso la declinazione concreta di questa cornice determinata, non con la retorica astratta. Perché «riproporre la centralità della persona significa anche richiamare gli intermediari finanziari a gestire una leva funzionale allo sviluppo e non soltanto alla moltiplicazione della ricchezza. Affermare la centralità della persona significa riconoscerla nelle sue principali proiezioni relazionali e quindi la famiglia, la comunità e l'impresa»: un universo storico concreto che struttura materialmente una visione filosofica, culturale e antropologica. Del resto, la crisi della politica - che dagli anni '90 del secolo scorso, a partire da Tangentopoli, ha avuto accelerazioni significative e inquietanti - affonda le sue radici nella fine del tessuto connettivo popolare dei partiti storici - Pci, Dd e Psi -, come una rivista di inquieti intellettuali cattolici come Il Sabato comprese perfettamente. Il risveglio del «popolo interclassista» lo dobbiamo a Berlusconi ed oggi al Pdl. Popolo versus borghesia cinica: una dialettica apparentemente semplicistica, in realtà ben più stratificata della sua rappresentazione formale e soprattutto funzionale a quanto di fatto è accaduto nel nostro paese. «Se vedo quel che resta oggi del vecchio Partito Comunista mi viene da ripensare alle sue radici popolari. Quelle borghesie hanno avuto, nella storia più recente di questo paese, ricorrentemente torto. Questo spiega l'egemonia politico-culturale di quello che viene impropriamente chiamato centrodestra. Invece questo soggetto politico è post destra e sinistra» - annota Sacconi. Né destra, né sinistra, come scriveva Zeev Sternhell, lo storico israeliano esperto di storia del fascismo e dei movimenti popolari del '900: è una tesi politico-culturale di grande presa ed efficacia e corrisponde alla realtà dei fatti.
Risulta chiaro, allora, il metodo emergente: si va al di là di qualsiasi dualismo ideologico e culturale. Perché il dualismo è una vera e propria patologia della persona e, dunque, del pensiero. L'uomo pensa a partire da se stesso, dunque pensa la realtà e se stesso come unità. Un effetto concreto di questo approccio è il definitivo superamento della «sindrome di Porta Pia»: laici versus cattolici. «Se ci dividessimo tra credenti e non credenti, non saremmo un soggetto nuovo». Questo decisivo registro metodologico si distende anche agli altri settori della società, senza trascurare la «porta stretta» della bioetica-biopolitica e il declino demografico. Un banchiere così attento alle trasformazioni del mondo come Ettore Gotti Tedeschi ha scritto che la crisi dipende in larga misura dal declino demografico ed è una tesi non solo suggestiva, ma largamente verificabile. Questa realtà incide e non poco sulla scuola, sulla formazione della persona e sull'«alleanza educativa tra la scuola e la famiglia». Tutto si tiene. Come nella migliore tradizione personalistica, in cui l'azione dell'io si dispiega nell'orizzonte vasto della storicità. Lo stesso luogo della politica.
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