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Numero 462
del 11/02/2012
Da Paolo VI a Benedetto XVI. La Chiesa di fronte alla globalizzazione PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
giovedì 09 luglio 2009

L'enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI nasce nel quadro pressoché indecifrabile della globalizzazione e, non casualmente, si è radicata nell'immaginario collettivo prima ancora che nella lettera. Essa vive dunque di spirito prima ancora che di lettera, nonostante la cifra personalistica e teologica che attraversa il suo dettato. Le prime battute definiscono lo spazio teologico essenziale: «La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera». Senza questa dimensione teologica - è bene precisare subito - l'enciclica non è intelligibile nel suo messaggio di fondo. La dottrina sociale della Chiesa, pur non disponendo di uno statuto epistemologico universalmente riconoscibile, si dà come declinazione della teologia e della dottrina nel contesto sociale ed economico. Di qui la chiave personalistica e perciò trinitaria della sua tessitura interna. Spiega il pontefice: «La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa» (n.2). Dunque, attraverso la «caritas super omnia» paolina, la carità che eccede ogni forma e ogni dimensione immanente ed immanentistica, la Chiesa si fa volto visibile e sociale della salvezza.

Ogni uomo, in questa cattolicità, diventa protagonista nell'ambito della scena drammatica della storia. Storia concepita come universale e contesto sempre nuovo: la globalizzazione è un particolare nel gigantesco affresco della storia, ma, come ogni microcosmo nella mente di Dio, imprescindibile. L'uomo è via della Chiesa e soggetto della storia. Ciò è possibile, come l'enciclica mostra limpidamente, perché la carità è dis-misura, dono di Dio deposto nel seno della libertà umana e creato come essenza increata dal Dio della vita e della storia. «A questa dinamica di carità ricevuta e donata risponde la dottrina sociale della Chiesa. Essa è "caritas in veritate in re sociali": annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società» (n. 5). «La carità eccede la giustizia» (n. 6). Così la forma della dottrina sociale della Chiesa è delineata dall'alto e declinata nell'immanenza storica. Tutto nasce da questa verità smisurata, la carità. La verità di Cristo diventa cosa non estranea al cuore dell'uomo solo nella figura della carità, pura grazia e storia, una volta donata dall'alto e ricevuta dal basso.

La fonte decisiva di questa traversata teologica del Papa è Paolo VI, in particolare la Populorum progressio. Ciò non deve stupire. Paolo VI ha aperto una duplice riflessione interna alla comunione ecclesiale, all'indomani del Vaticano II: la visione della Chiesa come comunione allargata nella storia, permanente l'identità cattolica e l'ortodossia dottrinale (un modo genialmente cattolico di affrontare il ruolo della Chiesa nella storia) e la concezione dello sviluppo umano come apertura alla trascendenza nel compimento dell'umanità in Cristo, in sostanza la cifra di un nuovo umanesimo ben al di là della fonte originaria del cardinal Montini, vale a dire l'umanesimo integrale del filosofo cattolico, padre di un mondo intellettuale cristiano degenerato infine in «cattolicesimo adulto», Jacques Maritain. La Populorum progressio è del 1969 e scandisce la voce postconciliare e non sessantottina in un mondo storico già postcristiano. Benedetto XVI non ha dubbi: «Esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio» meriti di essere considerata come «la Rerum novarum dell'epoca contemporanea, che illumina il cammino dell'umanità in via di unificazione» (n. 8).

Con ciò si dichiara esplicitamente una verità: la Chiesa aveva già intuito, nella sua sapienza teologica, la via dell'unificazione dell'umanità, oggi definita «globalizzazione». La «città dell'uomo» aveva già criteri universali e il bene comune, secondo la dottrina cattolica, era già il «noi-tutti» (n. 7). Oggi la cifra esperienziale e quotidiana di questo evento è divenuta universalità concreta. Apparente ossimoro: ma è la vita quotidiana degli uomini e delle donne a decretare la verità storica della profezia culturale della Chiesa. L'uomo è ancora una volta via della Chiesa, come Giovanni Paolo II ha sempre affermato con particolare tenore antropologico.

Due fattori ancora determinano la concretezza di questa antropologia soprannaturale: l'esperienza del dono (n. 34) e l'orientamento personalistico e comunitario (n. 42). L'agire sociale e storico, dunque, trova orientamenti certi, non relativistici, in questa costellazione antropologica e teologica. L'uomo è persona, come un acuto teologo, Massimo Serretti, ha scritto in un recente ed importante saggio. Evitare l'attivismo cieco ed irresponsabile, senza ricadere nel moralismo e nell'anticapitalismo erroneo dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa, è possibile. Benedetto XVI risponde al problema della responsabilità etica, che può sfociare in attivismo demonico, già posto da Benedetto Croce nelle pagine conclusive della sua Storia d'Europa: «Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l'azione» (n. 30). L'amore si colma, così, di intelligenza e l'intelligenza si traduce in amore attivo ed operante. Anche il sapere storico e sociale, dunque, è sàpere, cioè fonte di sapienza, universale tensione del cuore all'unità in vista del bene personale e comunitario. Forse è proprio questo, alla fine, lo statuto epistemologico insuperabile della dottrina sociale della Chiesa.




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