È trascorso poco più di un mese dalle elezioni legislative libanesi che hanno visto la vittoria del «fronte 14 Marzo» guidato dall’attuale premier Saad Hariri, ma la situazione in Libano non sembra volgere per un clima sereno di stabilità. Nonostante i vari colloqui che il neo-eletto premier sta conducendo con le varie fazioni politiche del paese, l’opposizione sembra non voler rinunciare al potere di veto in Parlamento. Ed è questo uno dei punti fondamentali che stanno rallentando la formazione del governo.
D’altra parte, bisogna considerare gli sviluppi geopolitici regionali, che influiscono non poco sulla stabilità politica e di sicurezza del Paese dei Cedri. Damasco, tradizionale sostenitore di Hezbollah come di altre fazioni «estremiste», sembra cercare un maggiore riavvicinamento con Washington, mentre con l’Arabia Saudita, principale alleato del premier Hariri, ha avuto già dei «colloqui». L’Iran, altro sostenitore di Hezbollah, sta attraversando una crisi, o una «rivoluzione”, che sta indebolendo non soltanto il regime di Ahmadinejad ma anche il Partito di Dio.
Va poi considerata la posizione di Israele, il «nemico» di Hezbollah e allo stesso tempo la sua ragione d’essere «Resistenza». Lo Stato ebraico sta subendo pressioni dall’amministrazione Obama per quanto riguarda la questione degli insediamenti, e potrebbe essere vicino un suo ritiro da Al-Ghajar, nelle fattorie di Shebaa, un fazzoletto di terra reclamato dal Libano che si trova però a ridosso del territorio siriano. In questo scenario, Hezbollah sta cercando di consolidare le sue alleanze politiche sul terreno, ed è consapevole che il suo braccio armato, considerando anche quanto sta accadendo in Iran, potrebbe essere compromesso e la sua legittimità, qualora Israele dovesse ritirarsi dalle fattorie di Shebaa, venir meno. Non a caso, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del «Fronte 14 Marzo», la leadership del movimento sciita libanese ha tenuto a precisare che le armi del Partito sono fuori discussione. Hezbollah, inoltre, per prendere parte al governo, ha chiesto delle garanzie, che sono da individuare nel potere di veto in Parlamento e nella conservazione del braccio armato. Vale a dire, un secondo «accordo di Doha».
La reazione da parte del Partito di Dio al rapporto del Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, sull’applicazione della risoluzione 1701 sembra confermare il tutto. I maggiori responsabili di Hezbollah hanno condannato l’ONU per non aver denunciato, in questo rapporto, la minaccia delle reti di spionaggio israeliane smantellate in Libano nei ultimi mesi. In questo contesto sono da inserire anche le aperture occidentali verso Hezbollah, prime fra tutte quelle della Gran Bretagna. È curioso notare come negli ultimi mesi vi siano stati degli incontri ufficiosi, e ufficiali, tra alcuni parlamentari del Partito di Dio e responsabili britannici. Ed è altrettanto curioso notare invece la crisi che si venuta a creare tra la Gran Bretagna e l’Iran, principale sostenitore di Hezbollah. Ciò potrebbe essere l’indizio di una realtà che fino a pochi mesi fa era soltanto un’ipotesi, e cioè che l’Hezbollah libanese ha raggiunto un tale potere politico che è in grado di dettare egli stesso la sua strategia, anche se questa non dovesse coincidere con quella iraniana. Il legame tra i due, qualora la «rivoluzione verde» iraniana dovesse portare agli esiti che si auspicano i sostenitori del riformista Mousavi, resterebbe soltanto quello religioso-ideologico.
Per quanto riguarda lo scenario di sicurezza, si tratta di un periodo sensibile per il Libano. Luglio è il mese in cui Hezbollah celebra la «vittoria divina» contro Israele, in ricordo della guerra del luglio 2006. Lo scorso mese Israele ha messo a punto una vasta manovra militare in prossimità del confine e quotidianamente i servizi di sicurezza di Beirut stanno arrestando cittadini libanesi che collaborano con lo Stato ebraico. Infine, fonti di «Elaph rivelano» che il Procuratore generale del Tribunale Internazionale sull’omicidio Hariri, Daniel Bellemare, emetterà la sentenza di condanna entro tre settimane. Si tratta di un ulteriore elemento che pone il Partito di Dio in una situazione particolarmente delicata, considerando soprattutto il dossier pubblicato alcuni mesi fa dal quotidiano tedesco “Der Spiegel”, che vedrebbe Hezbollah come il principale responsabile di questo omicidio eccellente.
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