Nuove violenze riportano l'attenzione internazionale su Urumqi, la capitale dello Xinjiang da giorni teatro di scontri tra la popolazione uiguri e le forze dell'ordine. Fonti non ufficiali riportate dall'agenzia di stampa AsiaNews sostengono che il 13 luglio la polizia ha sparato su un gruppo di uiguri armati di coltelli e di aste, uccidendo due persone e ferendone gravemente una. I disordini a Urumqi erano incominciati nella notte tra il 5 e il 6 luglio, quando da 2 a 3 mila uiguri si erano scontrati con un migliaio di agenti di polizia e poi, nel disperdersi, avevano distrutto e incendiato vetrine e automezzi. All'alba si contavano più di 150 morti e 800 feriti. Il giorno successivo altre migliaia di persone, questa volta di etnia han, erano affluite verso i quartieri abitati dagli uiguri, brandendo tubi di ferro e attrezzi da lavoro, decisi a scatenare una caccia all'uomo. Ora il bilancio ufficiale delle vittime è salito a 184 morti (137 han e 46 uiguri) e 1.700 feriti. Inoltre sono state arrestate nei giorni scorsi non meno di 1.500 persone.
Secondo le autorità, la crisi è il risultato di un complotto ordito da gruppi di uiguri in esilio. Invece i dimostranti sostengono che quella del 5 luglio era una pacifica manifestazione di protesta per la morte di due uiguri uccisi nel sud della Cina nel corso di una serie di scontri tra operai uiguri e han e che la situazione è degenerata allorché le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco sparando sulla folla indiscriminatamente.
Sta di fatto che le tensioni nella regione hanno origini remote e fondate. Gli uiguri, che sono in prevalenza agricoltori, costituivano la maggioranza della popolazione dello Xinjiang finché Pechino, a causa dei giacimenti di petrolio e di gas naturale di cui la regione è ricca, vi ha favorito l'insediamento di milioni di han, imponendo al tempo stesso agli uiguri un controllo delle nascite particolarmente rigido, che costringe le madri ad aborti forzati persino al nono mese, in applicazione della politica del figlio unico. La conseguenza è che ormai gli han controllano l'economia, il commercio e l'amministrazione locale. Perciò gli uiguri da anni protestano contro il governo centrale, rispetto al quale chiedono maggiore autonomia, e contro l'emarginazione e le discriminazioni subite da parte della popolazione immigrata han. Si ribellano inoltre alle persecuzioni dei fedeli - gli uiguri sono islamici - e alle limitazioni poste al culto. Nello Xinjiang è proibita l'educazione religiosa prima dei 18 anni, moschee e scuole islamiche vengono abbattute per «favorire lo sviluppo economico» e gli alunni sono obbligati dagli insegnanti a mangiare nelle ore diurne durante il mese del Ramadan.
Secondo il direttore di AsiaNews, Bernardo Cervellera, «l'emarginazione sociale e politica a cui sono sottoposti gli uiguri nella loro terra è pari solo alla stessa emarginazione subita dai tibetani nel Qinghai e nel Tibet» e gli avvenimenti degli ultimi giorni ricalcano lo schema adottato in Tibet da Pechino lo scorso anno: «Anche nel marzo 2008, alla vigilia delle Olimpiadi, una manifestazione pacifica si è trasformata in uno scontro violento con l'esercito che ha fatto decine di morti, a cui sono seguiti migliaia di arresti e la legge marziale».
La crisi economica internazionale sta accentuando antagonismi e animosità: e non soltanto nello Xinjiang. Secondo il ministero della Sicurezza, ogni anno si verificano in Cina non meno di 87 mila rivolte, scatenate soprattutto da problemi sul lavoro e dalla disoccupazione, ma sempre più spesso connotate etnicamente.
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