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Numero 475
del 15/05/2012
Se anche il calcio diventa politically correct... PDF Stampa E-mail
! di Andrea Camaiora
camaiora@ragionpolitica.it
  
martedì 14 luglio 2009

Il presidente della Fifa, Joseph Blatter, si è segnalato recentemente per una misura laicista a dir poco discutibile: vietare la preghiera di squadra dopo le partite. Tutto è iniziato alla Confederations Cup: dopo il successo sulla nazionale Usa i giocatori brasiliani, tutti abbracciati e in ginocchio, hanno ringraziato Gesù, così come fanno sempre. Anche quando perdono. La Federcalcio danese, dopo aver visto la partita e la preghiera di gruppo, ha così inoltrato una protesta formale a Blatter. «Non c'è posto per la religione nel calcio», questo il succo della lettera. Secondo la Federcalcio danese mescolare sacro e profano non va bene perché esagerato. Così la nazionale brasiliana si è vista ammonire dalla Fifa per... preghiera abusiva! Il politically correct ha dunque contaminato anche il mondo del calcio?

Blatter si è nascosto dietro un dito: la scusa è evitare ogni forma di manifestazione religiosa in occasione del Mondiale 2011. Perché allora il medesimo ammonimento indirizzato al Brasile non è stato rivolto alla squadra nazionale egiziana per la sua preghiera ad Allah? Blatter blatera, ma i segnali che giungono dal mondo dello sport, su questo fronte, sono pessimi, basti ricordare le Olimpiadi di Pechino del 2008: il comitato organizzatore aveva proibito l'introduzione nell'area olimpica di materiale religioso a scopo di propaganda. Oggi i divieti cinesi vengono riproposti, su iniziativa danese e accoglimento dell'immarcescibile Blatter, contro il buon senso. Tuttavia, se è comprensibile che il presidente Fifa tenga tanto alla sua poltrona da dare ascolto a qualunque campana pur di mantenerla, non è ammissibile stare a guardare senza fare niente.

Occorre reagire a questa insensata ondata di laicismo politically correct. Di più: la Federcalcio italiana può ritrovare uno smalto internazionale sollevando la questione all'interno della Fifa. Il punto è uno solo. La nazionale italiana, detentrice del mondiale, chieda il rispetto della laicità del calcio, del sacrosanto diritto a divertirsi e della possibilità di ringraziare, singolarmente o in gruppo, il proprio Dio. Una preghiera non ha mai fatto male a nessuno. È un fatto di civiltà. Altrimenti, proseguendo su questa china, giungeranno presto i divieti ad indossare t-shirt inneggianti a Gesù e persino a farsi il segno della croce. Roba da matti!

C'è poi un'altra questione che dovrebbe interessare i vertici del calcio italiano: sempre più spesso, durante gli allenamenti di giovani e dei giovanissimi, bestemmie e parolacce non sono solo usate, ma anche tollerate. Il sano rimprovero dell'allenatore, scontato fino a pochi anni fa, viene sempre più di frequente a mancare. Il calcio, al contrario, dovrebbe, al pari di ogni altra pratica sportiva, rappresentare una «scuola». Un'occasione per imparare a vivere sportivamente la competizione, il confronto. Un momento di educazione allo stare insieme. Un momento di divertimento nel rispetto reciproco. Battersi per un calcio pulito, onesto, corretto. Affermare un calcio sano perché libero da qualunque genere di droga; difendere un calcio educato e rispettoso anche della fede religiosa e comunque fondato su precisi principi e valori: sono sfide che i vertici del calcio italiano non possono in alcun modo evitare.




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