In Italia va sempre di moda lo «Stato culturale». Quel barocco ed ideologico marchingegno che muove le direttive della burocrazia e guida la macchina dei soldi pubblici. Ieri era così; oggi è così. In questione sono ora i fondi per lo spettacolo, nel burocratese spinto: il FUS, Fondo Unico per lo Spettacolo. Uomini e donne di sinistra e di destra sono uniti da questa passione morbosa per lo «Stato culturale». Senza soldi dello Stato, non c'è più cultura: questo il teorema, gridato ieri in piazza e agitato da sempre, anche in piena crisi. Con la cassa integrazione, con la scarsa liquidità, con la scarsa genialità (del cinema e in parte del teatro, che, comunque, a macchia di leopardo, produce belle cose e lo fa in silenzio - richiamo un confronto di alcuni mesi fa tra Baricco, neoliberista culturale, e Buttafuoco, sapiente gestore del FUS, per nulla addolorato e anzi, conti alla mano, pieno di utili: dunque la cultura è fatta di tante cose, o sbaglio?), con tutto quel che bolle in pentola, insomma. Lo Stato deve allargare i cordoni della borsa: a tutti. Indiscriminatamente. Se poi vediamo che il FUS è andato incrementando, ad esempio, nel 2007, nel cinema (+14%) e nell'importante e nevralgica area commissioni cinema e spettacolo (+46,9%), questo non conta, perché ci devono essere sempre le vacche grasse.
E guai a chi intende andare a verificare che ne sia stato di questi soldi in incremento nei settori citati, calati dal paniere delle nostre tasse non vent'anni fa, ma solo due anni fa: silenzio tombale. Chi c'era a gestire questi soldi pubblici, a quell'epoca? Domanda imbarazzante, che viene rimossa con sentenze lapidarie, da neogiacobini statalisti: dateci i soldi e poi ci pensiamo noi, che siamo gli unici depositari della Verità della Cultura. Noi chi? Noi, Partito degli Intellettuali di Sinistra e di Destra, oggi in splendida unità d'intenti. Quelli di destra assimilano la demagogia della sinistra e continuano ad urlare contro il ministero dei Beni Culturali, cioè contro il ministro Bondi.
Lo spettacolo deve aprirsi al mercato sottraendosi all'assistenzialismo paternalistico dello «Stato culturale». Il che non equivale a teorizzare lo Stato «desaparecido» nella sfera culturale. Anzi, al contrario. Lo Stato dovrà aiutare, progetti alla mano, chi merita davvero ed ha talento, non chi vuol fare film che incassano 14.000 euro, com'è già accaduto in molte occasioni. Perché quei soldi non sono né del MiBac, né dell'Amministrazione Pubblica in genere, ma sono amministrati da questi che sono e rimangono strumenti, non entità soprannaturali al di là del bene e del male. Questo sottolinea la sana tradizione liberaldemocratica contro il collettivismo burocratico a senso unico (anche quando appaiono due sensi di marcia: destra e sinistra). Il ministro Bondi non può fare miracoli e sta lavorando in una situazione che marca ancora di più un trend di calo nelle risorse per la cultura che data anni Ottanta, non è una novità. Di questo dato nessuno ne tiene conto e si cerca sempre il facile capro espiatorio. Una Repubblica fondata sul capro espiatorio. La scorsa legislatura il Tesoro si è ripreso un bel po' di soldi non spesi dal MiBac a gestione rutelliana, ma pochi hanno fatto caso a questo «piccolo» dato. Non solo.
Si dovrebbe aprire un significativo ragionamento sul ruolo debordante della tecno-burocrazia in molti ministeri. Un ruolo largamente oltre la misura e, di fatto, longa manus in molte realtà settoriali. Se, dopo Tangentopoli, come ha richiamato tempo fa il ministro Sacconi, la politica si è ritirata, come governo e indirizzo, lasciando il posto all'azione, debordante, di burocrati e funzionari, c'è qualcosa che non va nel funzionamento della democrazia. Perché, fino a prova contraria, è la burocrazia a servire le finalità e gli indirizzi politici e solitamente i ministri sono eletti dal popolo, e non sono semplici «vincitori di concorso».
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