Ernesto Galli della Loggia critica l'organizzazione per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Inutile tornare sui dettagli del Comitato dei garanti, scelti fra personalità di rilievo, e sull'imbarazzo del presidente Ciampi, che dovrebbe vigilare sui progetti in essere e sullo sviluppo degli eventi, come anche sul significato profondo di questa ricorrenza. Appunto. Non soltanto una ricorrenza - osserva Galli della Loggia - ma il segno dell'autentica appartenenza ad una storia nazionale, alla nazione ed alla comunità nazionale come comunità di destino, potremmo aggiungere. La «morte della Patria», come egli scrisse circa quindici anni fa. Bene. Il problema esiste, perché esiste nella società italiana, nel suo corpo e nelle sue membra, nel suo senso della tradizione e nelle sue élites. Un grande autore come Christopher Lasch avrebbe parlato di «tradimento delle élites».
E' vero. Ma non è tutto il vero, dunque rischia di essere, nel tempo, falso. Perché esiste un germe nichilistico e di autodistruzione nella nostra società da quasi mezzo secolo, e Galli della Loggia lo sa molto bene. Egli ha curato un magnifico volume collettaneo, per i tipi della casa editrice Il Mulino, insieme a Loreto Di Nucci, sul tema più caldo e che spiega il rovesciamento dei valori prodottosi in questo Paese dal dopoguerra ad oggi: «Due nazioni,» appunto. Questo il titolo del volume collettaneo e questa è la verità dei fatti. Esiste un tribunale pro e uno contro, una lunga durata di legittimazione e delegittimazione, che percorre tutta la storia dell'Italia contemporanea. E non può non andare a sbattere anche contro i ceti intellettuali, governativi, politici e culturali nel senso più largo e anche più generico del termine. Il governo Prodi, con il carico di corporativismo e neo-nichilismo cristiano, avrebbe detto Baget Bozzo, ha scambiato i 150 anni dell'Unità d'Italia per un grande consorzio di reti dell'Ulivo prossimo venturo, dell'altro network politico-ideologico sui territori, pronto a ricambiare i favori governativi con voti freschi e certi. Verissimo.
Sandro Bondi, oggi alla guida del ministero dei Beni Culturali, ha trovato lo status quo ante e, come accade usualmente, ha in parte confermato quanto già in atto, in parte sta cercando di mutare il corso delle cose. Ma non è contro un ministero che si può combattere la battaglia a favore della riconquista del senso identitario e nazionale. Al contrario, si dovrebbe aiutare anche chi governa e regge realtà tecnico-amministrative gigantesche - che la legge Bassanini ha trasformato in domini tecnocratici pressoché insormontabili e totalmente contro la politica come disegno e progetto di lunga lena - a riformare ciò che deve essere riformato. Non siamo ancora un'espressione geografica perché le piccole patrie locali reggono l'urto della globalizzazione e, anzi, in buona misura lo favoriscono e lo rilanciano fecondamente e creativamente, e proprio il ministro Bondi ha parlato, per primo, della nostra provincia come luogo da rilanciare, come spazio culturale e antropologico da riqualificare, al di là della categoria statica di «giacimento» - su ciò scrisse bene a suo tempo, definendo la categoria di «bene culturale», Giuseppe Galasso, padre di una legge che reca il suo nome -, e dunque come comunità e dinamismo legato alla valorizzazione dei siti e della bellezza della nostra Italia.
Questo ascolto dei «segnali deboli», apparentemente «deboli», provenienti dal basso delle belle province italiane, è un riconoscimento identitario, una figura di kleine Heimat, piccola patria, che favorisce il raccordarsi al corpo nazionale nel suo complesso. Il Risorgimento tradito è poi la chiave critica per rileggere sia il fascismo che il dopoguerra, dunque, con la delegittimazione in senso di religione antifascista, con l'epurazione etnica dei dissenzienti, non esiste altro, per queste élites, nella storia patria. Tutto questo non aiuta. Mentre potrebbe e dovrebbe aiutare la disponibilità civile di chi studia e lavora, con particolare sensibilità e cultura, nell'ambito della ricostituzione storico-culturale dell'identità nazionale - uno fra questi è certamente il professor Ernesto Galli della Loggia. Che vuole, come noi, che l'Italia cessi di sentirsi espressione geografica e ridiventi, attraverso le piccole patrie, una nazione cementata da una nuova coscienza civile e repubblicana.
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