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Numero 475
del 15/05/2012
Libano. Nel sud il primo rogo dell'«estate calda» PDF Stampa E-mail
! di Bernard S.K.
s.k.@ragionpolitica.it
  
giovedì 23 luglio 2009

Alla fine è accaduto ciò che tutti temevano. La popolazione locale, per la maggior parte sostenitrice di Hezbollah, ha protestato, con il lancio di sassi, contro una perquisizione effettuata da alcune pattuglie di UNIFIL in un villaggio del sud del Libano. Si tratta del primo incidente di un certo rilievo dall'inizio della missione, nell'agosto del 2006.

Avevamo già anticipato alcune settimane fa, su queste pagine, che quella in Libano sarebbe stata un'estate «particolarmente calda», per una serie di fattori. Gli incidenti tra UNIFIL e la popolazione locale - leggi Hezbollah - non è altro che un primo rogo doloso. Già all'inizio del mese la popolazione di Kfarshouba, al confine con Israele, aveva protestato per l'installazione, da parte di militari di Tel Aviv, di un centro di osservazione sulle alture del villaggio, a ridosso della blu line, la linea che separa il Libano dallo Stato ebraico. Le proteste si andavano ad aggiungere alle decine e decine di condanne da parte del Libano, e in particolar modo di Hezbollah, delle continue violazioni da parte di Israele della risoluzione 1701. Dall'altra parte, vi erano le proteste di Israele, che ha sempre denunciato un riarmo del Partito di Dio, anche nella zona compresa tra il fiume Litani e il confine, l'area di competenza UNIFIL, che, secondo la 1701, deve essere esente da armi «non autorizzate». E quelle di Hezbollah, almeno a livello internazionale, ancora non lo sono.

Dunque, la popolazione locale era già in uno stato di tensione e allerta. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, paradossalmente, una violazione della 1701 da parte del Partito di Dio. Il 14 luglio scorso, a Khirbet Selm, un villaggio nei pressi del confine, s'è verificata una serie di esplosioni in un deposito di munizioni. Un deposito di Hezbollah. Quattro giorno dopo, UNIFIL invia una pattuglia per indagare sull'accaduto e fare rapporto al segretariato generale delle Nazioni Unite. Come di norma, e come accade dall'inizio della missione, i Caschi Blu scendono dai loro mezzi per dirigersi verso l'edificio in cui si erano verificate le esplosioni. È a questo punto che la popolazione inizia a protestare, prima verbalmente e poi con il lancio di sassi, causando il ferimento di alcuni soldati, anche italiani.

L'episodio viene utilizzato da Israele per ribadire la necessità di una modifica delle regole d'ingaggio, ma è il Partito di Dio a dimostrare di possedere un'attenta e preparata macchina mediatico-propagandistica. Viene lanciata una campagna atta a condannare UNIFIL e la sua «violazione» nel sud del Libano. In poco meno di una settimana, da trasgressore Hezbollah diventa l'accertatore. Cerca di convincere l'opinione pubblica che una violazione territoriale come quella di UNIFIL non è ammissibile, e lo fa con le dichiarazioni che i suoi massimi responsabili hanno rilasciato. Ribadendo così ancora una volta il suo dogma, e lanciando un chiaro messaggio al contingente multinazionale e alla comunità internazionale: le armi della «Resistenza» sono intoccabili.

A distogliere l'attenzione pubblica dalle violazioni alla 1701 arriva ora anche la scoperta di una rete jihadista attiva tra Libano ed Europa. Gli obiettivi? L'esercito libanese e UNIFIL. Inoltre, lo stallo politico che impedisce la formazione di un governo rende il Libano un paese esposto a una nuova crisi, che questa volta potrebbe essere di sicurezza e non soltanto politica. Al centro del vortice, e in modo più tangibile rispetto al passato, vi è il contingente multinazionale di UNIFIL, guidato dal generale Claudio Graziano e che conta circa 12 mila tra uomini e donne, tra cui 2500 italiani.




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