Dopo una serie ininterrotta di provocazioni nord-coreane tra esperimenti nucleari e lanci di missili a lunga e media gittata, in occasione del vertice Asean tenutosi nei giorni scorsi a Phuket, in Thailandia, il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha dichiarato dinanzi agli alleati asiatici - rifiutandosi di incontrare la delegazione di Pyongyang convenuta sull'isola thailandese - che se la Corea del Nord continuerà a comportarsi come un «adolescente indisciplinato» gli Stati Uniti saranno pronti a rafforzare massicciamente il cappello difensivo regionale.
L'impasse diplomatica non accenna, dunque, a sbrogliarsi soprattutto perché la politica del Presidente Obama è tesa a strangolare la satrapia del «caro leader» Kim Jong-il attraverso sanzioni finanziarie e diplomatiche sempre più consistenti al fine di forzare il Politburo nord-coreano a rinunciare al programma nucleare varato in primavera.
Quello della nuova Amministrazione statunitense è un giro di boa estremamente significativo e capovolgente rispetto all'atteggiamento del Presidente Bush e dei suoi collaboratori, che - nonostante il primo esperimento nucleare del 2006 - avevano corteggiato Kim Jong-il con concessioni ed aperture importanti. A metà dell'ottobre 2008, infatti, le relazioni tra la Corea del Nord e l'Occidente sembravano essersi aggiustate pressoché definitivamente allorché l'uscente Amministrazione repubblicana aveva voluto segnare un ultimo punto a suo vantaggio riguardo al dossier nucleare nord-coreano, finalmente rimuovendo Pyongynag dalla lista nera dei cosiddetti «Stati canaglia» e ottenendo, in cambio, la ripresa dello smantellamento definitivo della centrale nucleare di Yongbyon.
Tutto inutile. Il cambio di Presidente e l'apparente linea morbida dei primi mesi di gestione Obama hanno evidentemente ringalluzzito i dirigenti di Pyongyang, spingendoli a pungolare senza sosta l'Occidente in cambio di durature ed effettive garanzie di sicurezza, come il tanto sospirato riconoscimento diplomatico. In realtà, i governanti statunitensi hanno reagito con una durezza imprevista ai capricci di Pyongyang, soprattutto rafforzando l'embargo contro la Corea del Nord. Forse Kim Jong-il ha giocato troppo al rialzo e il nulla osta cinese alle ultime sanzioni varate dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu è teso a far comprendere al caro leader che perfino il suo tradizionale alleato e difensore si sta lentamente dissociando da una linea di condotta che nel lungo periodo sembra non portare i frutti previsti.
Tuttavia, l'Amministrazione democratica sembra rendersi ben conto che non sarà sufficiente usare il bastone e dimostra di aver già in serbo la carota. Durante il summit tailandese, il Segretario Clinton ha anche affermato che la porta del dialogo resterà aperta e che Washington è pronta a collaborare col regime di Pyongyang se la Corea del Nord cesserà di sbandierare lo spettro di una guerra nucleare nel Sud Est asiatico.
Un conflitto che non servirebbe a nessuno. Non ai Paesi occidentali, molto più preoccupati della minaccia nucleare iraniana; non alla Cina, la cui «armoniosa società» al momento è squarciata dalle ferite che gli scontri etnici dei giorni scorsi hanno provocato; ma soprattutto non ai dirigenti di Pyongyang che al momento sono protagonisti di trame di palazzo complicatissime riguardo alla successione di Kim Jong-il e che potrebbero cogliere al balzo l'offerta statunitense per garantire la sopravvivenza di un regime ormai anacronistico.
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