La fenomenologia della crisi strutturale della sinistra favorisce qualche riflessione non scontata, che riesce anche a superare la dirompente forza di questa calura africana. Alì Rashid, in una bella lettera pubblicata sull'Altro, il nuovo quotidiano fondato dall'ex direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, annota su una sorta di taccuino dei pensieri una filigrana culturale della devastante situazione della sinistra. Il titolo già dice tutto: «Cara sinistra, la tua identità non c'è più. Possibile che non lo vedi?». Ora, Fausto Bertinotti ha già liquidato la sinistra in almeno un paio di occasioni, una recentissima, e su questo è inutile ritornare.
Rashid compie un'altra operazione, che accosta la figura di padre Ernesto Balducci, un cattolico post-conciliare né cattocomunista né cattolico «adulto», ma terzomondista e altermondialista, al crollo dei muri interni alla psicologia di massa sinistrorsa. Balducci era stupefatto dell'accelerazione di questa crisi identitaria e lo diceva da occidentale, di fatto, quale alla fine era e, in fondo, voleva continuare ad essere (non a caso don Gianni scrisse sulla rivista di Balducci, la storica Testimonianze, un articolo in occasione della morte del sacerdote scolopio che si chiudeva con queste parole: «Ci ritroveremo su sentieri non interrotti» - chiusa di qualche significato e non ideologica rispetto ad un interlocutore certamente da lui distante). Noi occidentali - diceva Balducci - siamo «privilegiati per un robusto senso dell'identità» e, nel contempo, stiamo sperimentando una crisi identitaria di proporzioni inimmaginabili. Non c'è più il «vitalismo» greco, che fa coincidere lo sviluppo naturale e biologico con la crescita e le «magnifiche sorti e progressive»; non c'è più l'alleanza tra ricerca scientifica e benessere collettivo... Insomma, tutto va in malora e cosa rimane?
Rashid conclude l'opera di fenomenologia della distruzione intrapresa da Balducci: la modernità ha rotto gli argini e ridotto l'uomo ad atomo, con implosioni della sfera comunitaria e delle relazioni interpersonali; la partecipazione democratica è ridotta al lumicino e non esiste più il contesto solido nel quale si svolgeva la nostra crescita umana. Sono «diffusi esempi di follie», che avvolgono la politica italiana e non solo a sinistra. «E non si tratta solo di una prerogativa italiana». In sintesi: si sta diffondendo, a sinistra, l'accento apocalittico, anzi sta ritornando. Un modo di guardare la realtà che ha trovato, nella robusta sinistra del movimento operaio, un avversario durissimo - pensiamo ad un pensatore economico ed empirista come Napoleone Colajanni, ad esempio -, spesso più duro di alcuni teorici della catastrofe alberganti in una certa destra reazionaria, evoliana, passatista. E' una deriva che dice molto più di mille trattati sociologici, perché rappresenta una strada antropologicamente senza uscita di sicurezza, un off limits inquietante.
Dopo i molti esperimenti falliti della sinistra neomercatista e neoborghese (la stessa che oggi fa dire ad un fior di anticomunista come Maurizio Sacconi: «Aridatece il PCI»), oggi risentitamente denunciati dalla sinistra neocomunista, non rimane che il margine del «minimo esistenziale», per dirla con un altro raffinato apocalittico ebreo ateo come Walter Benjamin. Non c'è più il «principio-speranza» del marxista escatologico secolarizzato Ernst Bloch, al suo posto troneggia il «principio-disperazione». Mala tempora currunt, a sinistra. Mentre, nel governo, c'è il meglio della tradizione riformista socialista proveniente dal movimento operaio pre-marxiano. Paradossi o genealogie postmoderne veicolate dalla globalizzazione?
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