Gli stereotipi sono un comodo rimedio per impacchettare subito e facilmente una notizia. Però il costo è quello di alterare l'interpretazione della realtà. In questi giorni l'ingente sforzo del governo nel varare un piano per risollevare il meridione d'Italia è stato letto con le solite categorie. Un po' la fretta di scrivere, un po' l'istinto partigiano di tanta stampa che ultimamente ha sorpassato la stessa opposizione in fatto di foga anti-governativa. Perciò le letture abituali sono anche le più banali. Ad esempio si può sottolineare una grandiosa manovra politica e civile che parte dal governo per trasformare il legittimo malcontento di tanta popolazione meridionale in un rinnovato risorgimento nazionale. Dopo i fallimenti dei vecchi governi della prima Repubblica e dopo la sostanziale indifferenza del centrosinistra, il governo di centrodestra rianima uno spirito nazionale che fa proprio l'ennesimo grido di dolore del Sud. E' un secondo risorgimento. Ma questa volta non è diretto a fondare un'unità istituzionale, bensì una nuova unità sociale. Forse non è un caso che tra due anni ricorra il secolo e mezzo dalla «prima» unità d'Italia. Celebrare questo anniversario ripetendo la solita liturgia ottocentesca è diventato inutile. Occorre un nuovo slancio per una rifondazione dell'unità.
L'unità stessa era un concetto rimasto privo di degna cittadinanza politica o civile. Nessun partito faceva dell'unità e dell'unificazione la sua bandiera. Neppure il ventennio fascista calcò la sua propaganda sull'Italia unita, puntando invece sul recupero dell'antica tradizione romana. Così fatta l'Italia, gli italiani si dimenticarono presto della loro unità. Più che fare gli italiani, si tratta ancora oggi di fare uno Stato italiano adeguato agli italiani. Non è più lo Stato del Novecento, ma neppure lo Stato puramente federalista, privo di un baricentro morale oltre che istituzionale. Il federalismo è stato l'operazione costituzionale per superare un centralismo asfissiante. Ora il federalismo ha bisogno di contenuti sociali ed economici. Le vecchie classi governanti avevano sempre inteso lo Stato come apparato, mai come espressione del popolo. Stato, quindi potere. Al Sud questa logica diventa venefica. Perciò non si tratta più di rifare il solito vincolo con lo Stato, ma crearne uno nuovo, basato sulla libertà personale e su un piano di interventi mirati allo sviluppo economico piuttosto che all'assistenzialismo.
Tutto questo non è possibile senza un governo come l'attuale, con un premier autorevole, una forte maggioranza parlamentare e un solido partito unitario. Non a caso l'unificazione partitica e politica del centrodestra acquista un valore di prospettiva e lungimiranza. Come sarebbe possibile per il Pd avere la volontà politica e le condizioni oggettive per affrontare con coraggio la questione meridionale - l'esempio pugliese è eloquente? Adesso per il Pd questione meridionale fa rima con questione morale. Il Pd lacerato dalle frammentazioni è il riflesso delle contraddizioni localiste dell'Italia, mentre il Pdl è la risposta politica unitaria e nazionale.
Come il Nord ha raggiunto un equilibrio costruttivo con l'Italia e con lo Stato, senza fughe secessioniste e senza patire il giogo centralista, così adesso è il momento del Sud. Perciò il meridione non è un affare di potere. E' una questione di interesse nazionale, che richiede una prospettiva rivolta al futuro, affrancata dalle vecchie categorie. Un nuovo moto politico per una nuova Italia, libera e padrona del suo destino.
Condividi questo articolo      
|