Come avevamo preannunciato su queste stesse pagine, Massimo D'Alema avrebbe fatto meglio a non esultare e ad evitare di menzionare «scossoni in grado di rovesciare il governo». Fino a prova contraria, il governo ed il suo capo godono di ottima salute e l'indice di gradimento nei confronti dell'esecutivo è ai massimi storici. Stesso non può dirsi per un'opposizione ormai inesistente, e che oggi, oltre alle costanti bagarre interne, si trova pure nell'occhio di un ciclone giudiziario senza precedenti. La pentolaccia è esplosa in Puglia, che di fatto si ritrova una giunta regionale azzerata, il presidente Vendola che destituisce colonnelli ad ogni levar di sole per salvare il salvabile, le sedi del Pd perquisite, ed un crescente numero di indagati eccellenti per reati infamanti.
In mezzo a questo formicaio impazzito, scoppiato proprio nel feudo storico di D'Alema, si aggiunge la lotta ai coltelli per la nomina del nuovo segretario regionale del Partito Democratico, figura chiave in quanto a lui compete la stipulazione delle alleanze in vista delle regionali, nonché l'individuazione del candidato presidente e della strategia elettorale da seguire. Incredibile a dirsi, l'imperatore di Gallipoli è stato messo in minoranza, e neppure in maniera troppo rispettosa. Quattro i candidati in corsa per il ruolo di segretario: Michele Emiliano, sindaco di Bari, che ha deciso di non legarsi a nessuna mozione nazionale, Guglielmo Minervini, in quota Franceschini, Enzo Fusco per i mariniani e Sergio Blasi, espressione dell'asse Bersani-D'Alema. Fassino è sceso di volata a Bari per fare da pompiere, senza conseguire nessun apprezzabile risultato.
Sta per prendere il via una faida tutta interna al Pd, che cela ulteriori sottofaide, come una gigantesca scatola cinese o, per restar in tema di soviet, una colossale matrioska, il cui numero effettivo di bamboline dipinte è ancora ignoto. Perché, oltre agli esponenti di correnti nazionali e all'outsider Emiliano che ha deciso di contare solo sul suo fortissimo consenso elettorale, ci sono pure le sottocorrenti: i dalemiani scontenti che, pur garantendo l'appoggio al lider maximo sul piano nazionale, potrebbero tranquillamente remargli contro in casa, e quanti, trasversalmente alle mozioni dell'establishment nazionale, si dividono tra chi rivuole candidare Vendola e chi lo vede come il fumo negli occhi.
L'impressione generale è quella di un caos primordiale dove cane mangia cane, e tutti sparano contro tutti, impossibilitati ad individuare una strategia comune, generando nella base elettorale un senso di straniamento e di opacità senza precedenti. Se da un lato Emiliano vorrebbe riconfermare Vendola, pare che D'Alema abbia nel cassetto un accordo con Casini per candidare un uomo dell'Udc (!!!).
Del resto, non possiamo sorprenderci: quanto sta accadendo in Puglia non è che specchio di quanto sta accadendo al Pd sul piano nazionale. Qualcuno potrebbe dire che ciò dipende dalla difficoltà di conciliare tante anime diverse all'interno di un partito, ma forse è lecito pensare che la situazione di instabilità totale in cui versa il Pd dipenda proprio dalla totale assenza di un'anima - politica si intende -, da una progressiva ed inarrestabile perdita di identità che da un lato impedisce alla cosiddetta leadership di elaborare una strategia comune e condivisa, dall'altro rende impossibile l'immedesimarsi di una sconcertata base elettorale in soggetti che, politicamente, non hanno più nulla da dire, e si presentano oggi come un incrocio malriuscito tra grigi burocrati di apparato e signori della guerra levantini da film di serie B...
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