Il 3 agosto del 2008 si spegneva all'età di 89 anni, nella sua residenza nei pressi di Mosca, uno degli ultimi giganti della storia e della cultura del secolo ventesimo, Alexandr Isaevich Solzhenicyn. La sua figura di soldato pluridecorato (nella guerra contro i tedeschi), di internato nel gulag, di dissidente, di scrittore (forse l'ultimo dei grandi russi) e di premio Nobel (nel 1970) non è certo delineabile in poche righe, ma basti ricordare l'immensa importanza che ebbero nella storia del '900 la pubblicazione del suo primo romanzo, Una giornata di Ivan Denisovich (1962), e soprattutto la comparsa, nel 1974, del primo volume della sua monumentale storia dell'apparato repressivo e concentrazionario sovietico, il celebre Arcipelago Gulag, il cui paziente lavoro di scrittura e di raccolta di memorie di internati iniziò già dalla fine degli anni '50.
Le opere di Solzhenicyn, che gli costarono nel 1974 un esilio ventennale in Occidente, prima in Germania e Svizzera e infine negli Stati Uniti, aprirono finalmente gli occhi dell'opinione pubblica occidentale, anche di quella «progressista», sugli spaventosi crimini del comunismo sovietico, fino ad allora negati o minimizzati anche da molti intellettuali non comunisti.
Il merito storico di Alexandr Solzhenicyn è stato quello di scardinare i falsi miti grazie ai quali il comunismo ha potuto affermarsi e prosperare anche al di fuori delle ristrette cerchie di militanti dei vari partiti comunisti mondiali, influenzando schiere di intellettuali liberali, socialisti e persino cattolici. Il più importante dei tanti falsi miti demoliti dallo scrittore dissidente è quello, ancora oggi duro a morire, che vorrebbe i crimini comunisti essere una conseguenza dell'indole tirannica di Stalin e non, come in effetti furono, la logica conseguenza dell'applicazione sugli uomini di teorie astratte e basate sull'illusione di poter costruire, a partire da élites di «illuminati», una società perfetta di eguali. Leggendo l'Arcipelago è chiaro come dell'esperimento sovietico non siano da salvare neppure le «intenzioni».
Un altro mito abbattuto dalle pagine di Solzhenicyn è quello che di fatto ha reso impossibile ogni critica seria al comunismo almeno fino alla fine degli anni '80: la convinzione che l'URSS e il comunismo, in quanto presunti e unici vincitori del «male assoluto» hitleriano, avessero diritto allo status di «bene assoluto». Questo errato sillogismo storico, che per mezzo secolo ha inchiodato all'accusa di «fascismo» qualsiasi seria critica al comunismo, è stato smontato dallo scrittore che ha dimostrato come la «vittoria» sovietica del 1945, una volta superato il giusto obiettivo della cacciata dei tedeschi dalle frontiere patrie, si sia trasformata in una feroce occupazione dell'Europa Orientale, sottoposta ad una cinquantennale oppressione i cui frutti avvelenati ancora inquinano i rapporti fra la Russia e molti paesi dell'ex Impero (basti pensare ai pessimi rapporti fra Mosca e l'Ucraina o i paesi baltici). L'altissimo tributo di sangue pagato dai popoli sovietici durante l'ultima guerra (22 milioni di morti) è stato, secondo Solzhenicyn, una conseguenza più dell'incapacità dei vertici sovietici che della ferocia nazista.
La figura di Alexandr Solzhenicyn, già dal crollo dell'Unione Sovietica, è stata gradualmente dimenticata in Occidente, vuoi per le sue critiche alla deriva materialista e relativista della cultura occidentale, da lui già denunciata durante il famoso discorso di Harvard del 1978, vuoi anche per il fatto che in Europa, e specialmente in Italia, le élites politiche ed intellettuali che gravitavano attorno al comunismo avevano fretta di riciclarsi come «democratiche», ragion per cui un approfondimento vero sul ruolo e sulle radici storiche del comunismo europeo risultava troppo ingombrante. Chi da «progressista» aveva appoggiato la causa di Solzhenicyn, in chiave ovviamente «antistaliniana» ma non «anticomunista», vedeva ora la sua figura come un ingombrante fantasma di un passato che si è voluto rimuovere e mai analizzare seriamente, nonostante il fatto che l'attività pubblicistica e letteraria dell'ex dissidente, tornato in patria nel 1994, non si fosse assolutamente fermata con il crollo del sistema sovietico.
Alexandr Solzhenicyn è scomparso alla vigilia di un momento drammatico per il suo paese: la guerra contro la Georgia e una crisi economica che ha imposto una battuta d'arresto alla crescita russa, lasciando orfano di una guida spirituale un paese ancora fragile nonostante la politica di ritrovata potenza. Ma la scomparsa di Solzhenicyn non è stata una perdita della sola Russia, ma dell'intera umanità, poiché questo gigante del pensiero ci ha insegnato che il bolscevismo è lì dove si cerca di imporre con la forza modelli ideologici ad una società, lì dove in nome dell'«umanità» astrattamete intesa si uccidono gli uomini in carne ed ossa, lì dove in nome della «democrazia» si nega la volontà della maggioranza quando questa non coincida con i desiderata di sedicenti intellettuali.
Per questa ragione, ad una anno dalla scomparsa di Solzhenicyn e a venti dal crollo del Muro di Berlino, è indispensabile tenere viva la memoria e l'opera di questo grande russo.
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