| Autore: |
Harry Wu |
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| Editore: |
Guerini e Associati |
| Prezzo: |
21,50 € |
| Pagine: |
185 |
Nell'accezione adottata dalle Nazioni Unite alla conferenza di Bucarest del 1974, per «pianificazione familiare» si intende che «mariti, mogli e individui liberamente e consapevolmente decidono quanti figli desiderano avere e a che distanza di tempo l'uno dall'altro». Non è così in Cina dove lo Stato, non gli individui e i coniugi, decide quanti bambini può avere una famiglia e lo fa in funzione delle esigenze di sviluppo economico.
Ogni coppia, secondo la politica demografica cinese del «figlio unico» varata alla fine degli anni 70 per contenere l'aumento della popolazione, può avere un solo bambino, due in certe zone rurali e soltanto nel caso che il primo sia una femmina. Le gravidanze devono essere approvate dalle cellule di controllo che autorizzano alla procreazione in base alle quote assegnate dal governo: in ogni regione del paese i bambini devono nascere in un numero determinato di anno in anno. Le trasgressioni vengono punite dolorosamente: in pratica, «pianificazione delle nascite» in versione cinese ha significato un incubo di aborti e sterilizzazioni forzati, infanticidi, violenze, detenzioni, confisca di beni e sanzioni lungo 30 anni.
A documentarne l'andamento raccontando i dettagli insopportabilmente crudeli di un apparato di potere e di controllo privo di coscienza ha contribuito negli ultimi anni la Laogai Research Foundation, costituita nel 1992 per iniziativa di Harry Wu, un cinese ora cittadino statunitense che ha dedicato la vita a lottare contro le violazioni dei diritti umani commesse in Cina. La prima missione della fondazione è stata la denuncia del sistema dei campi di concentramento e di lavoro forzato chiamati laogai, ovvero «riforma del pensiero attraverso il lavoro», in cui sono detenuti i dissidenti politici. In seguito la fondazione si è impegnata a diffondere notizie sul commercio degli organi dei condannati a morte, sull'uso della pena di morte e infine sulla politica demografica.
Better ten graves than one extra birth (Meglio dieci tombe che una nascita fuori programma) è il titolo del rapporto sulla pratica e sulle conseguenze della politica del figlio unico pubblicato dalla Laogai Research Foundation nel 2004 e ora tradotto in italiano dalla casa editrice Guerini con il titolo Strage di innocenti. Le cifre, come sempre quando si parla della Cina, sono impressionanti. La Commissione statale per la popolazione nazionale e la pianificazione familiare impiega 520.000 dipendenti a tempo pieno e oltre 82 milioni a tempo parziale, il che le consente un controllo capillare del territorio nazionale. Dal suo varo a oggi, secondo il governo, la politica demografica ha impedito la nascita di almeno 400 milioni di bambini.
Ma ben più sconvolgente è la documentazione degli interventi realizzati e dei metodi utilizzati: dagli aborti forzati anche all'ultimo mese di gravidanza provocati con sistemi dolorosissimi, ai feti vivi appena abortiti uccisi o gettati a morire nei cassonetti della spazzatura, alle «punizioni esemplari» consistenti, ad esempio, nel radere al suolo o incendiare le case dei trasgressori costringendo i vicini di casa ad assistere allo spettacolo per imparare la lezione, secondo la regola comunista che recita «uccidi il pollo per spaventare la scimmia».
Poi c'è il tragico fenomeno indotto dalla politica del figlio unico: gli aborti e gli infanticidi selettivi, praticati dalle famiglie «maledette» dalla nascita di un primogenito femmina per avere la possibilità di tentare nuovamente la sorte fino ad assicurarsi una discendenza con la nascita di un maschio.
Adesso però, e un capitolo del libro ne tratta, le previsioni allarmate di squilibri e danni demografici, sociali ed economici si stanno realizzando. In Cina nascono molti più maschi che femmine (oltre 120 bambini ogni 100 bambine): persistendo l'attuale tendenza, entro 15 anni il 10% degli uomini cinesi non troverà moglie. Inoltre si sta verificando un rapido invecchiamento della popolazione che avrà incalcolabili conseguenze negative sullo sviluppo del paese: nel 2030 i cinesi tra i 60 e i 65 anni saranno il 23% e gli over 65 saranno il 16%. Nelle città l'invecchiamento sarà ancora più rapido: si stima che nel 2030 un terzo degli abitanti di Shangai, 4,6 milioni, avranno più di 60 anni. Già adesso milioni di coniugi entrambi figli unici si vedono costretti a provvedere ai bisogni di quattro genitori e otto nonni: un onere per molti insostenibile e per tutti imbarazzante.
Di Harry Wu, Strage di innocenti, Guerini e Associati, Milano, 2009, pp.185
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