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Numero 460
del 03/02/2012
STATO E SICUREZZA PDF Stampa E-mail
! di Gabriele Cazzulini
cazzulini@ragionpolitica.it
  
martedì 18 agosto 2009

Realtà. Termine desueto, in questi tempi di chiacchiericcio sulla privacy violata e fantomatici complotti. La realtà è anche un Ferragosto di lavoro, caso ancora più insolito, ma non per il governo. Con Maroni e Alfano, Berlusconi ha presentato alla stampa il piano per la sicurezza e la lotta al crimine organizzato. Obiettivo: proteggere i cittadini e seppellire la malavita. Il piano è pluriennale e sfrutta il capitale politico di un premier autorevole e della sua solida maggioranza per un orizzonte rivolto allo scadere naturale della legislatura.

La sicurezza pubblica è il primo valore per un governo che ha rotto con i compromessi del passato. Nella vecchia mentalità, la sicurezza è sempre stata dipinta come un'ideologia per distogliere l'attenzione dai problemi concreti, fomentando gli istinti violenti della giustizia fai-da-te. Era la giustificazione per lavarsi le mani mentre le città italiane subivano le sempre più profonde aggressioni della criminalità. La stessa mafia veniva trattata come un problema isolato, mentre la clandestinità neppure veniva considerata. Adesso il crimine viene finalmente inglobato nelle sue differenti tipologie per fornire una risposta adeguata a ciascun tipo ma integrata in una strategia comune. Così la sicurezza recupera il suo significato originario: la certezza che la vita e la proprietà di un cittadino non sono in balia di un qualunque delinquente, chiunque egli sia. La sicurezza diventa una pre-politica sia perché rende possibile ogni altra politica, libera dalle nefaste pressioni criminali, sia perché restituisce fiducia al popolo, sicuro della vita e della proprietà.

Nella conferenza stampa ferragostana è stata resa pubblica una serie di dati significativi, riguardanti i primi quattordici mesi di governo, che comunicano un unico messaggio: meno reati. I notevoli risultati nella lotta al crimine confermano nei fatti l'impegno del governo. Ma dimostrano che questi risultati non sono conseguibili senza uno Stato, che non è soltanto il governo, unito e determinato. Al di là delle diatribe sui dialetti, la realtà dice che le istituzioni sanno sconfiggere i criminali, senza preferire il federalismo o il centralismo. La sicurezza è una questione così ampia che travalica le modalità dello Stato, perché conta lo Stato in quanto tale. Anche qui lo Stato, come la sicurezza, si riappropria del suo valore originario: l'unica autorità incaricata di garantire la sicurezza dei cittadini. Le stragi di mafia dell'inizio degli anni Novanta furono il tentativo opposto, cioè quello di dimostrare che lo Stato non poteva più nulla contro la mafia. Dopo oltre quindici anni la situazione si è rovesciata: adesso è lo Stato che condanna a morte la mafia.

L'insicurezza in cui erano relegati gli italiani fino a pochi anni fa, incerti della propria vita e della loro proprietà, era la logica conseguenza della debolezza dello Stato e dei suoi governi. Ora la rinascita della sicurezza è sostenuta da una diversa e potenziata strategia di lotta ad ogni forma di criminalità. E' sempre la realtà a ricordare che il crimine non chiude per ferie. Tanto meno lo Stato.




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