Mentre in Europa si discute per capire se sia o no un abuso proibire il «burkini», il costume integrale esibito in spiagge e piscine da certe donne islamiche, di ben altre questioni si tratta altrove, a proposito di religione e di prescrizioni divine. L'Afghanistan è andato al voto per eleggere il presidente della repubblica sotto la minaccia dei talebani di tagliare dita, naso e orecchie a chi si fosse recato alle urne. 300.000 militari afghani e stranieri hanno presidiato i 6.000 seggi allestiti nel paese con l'incarico di proteggere i 17 milioni di aventi diritto, ma nelle regioni controllate dai talebani, e in particolare in otto distretti, i seggi non sono stati neanche aperti e alla vigilia il ministero degli interni aveva dichiarato che circa un terzo del paese era ad alto rischio di attacchi: si temeva per l'incolumità dei cittadini anche nella stessa capitale. (AsiaNews, 20-08-2009). Non meraviglia che un primo dato elettorale certo sia stato una bassa affluenza alle urne in alcuni distretti del sud, compensata per fortuna da percentuali complessivamente superiori alle previsioni, almeno stando alle valutazioni generali pervenute durante la giornata di voto.
In Vietnam a vivere nella paura sono i cattolici perseguitati dalla polizia e da malviventi pagati dal governo. Il 20 luglio la polizia ha attaccato i fedeli della parrocchia di Tam Toa che stavano montando una tenda per usarla come cappella temporanea: il bilancio è stato di centinaia di feriti e decine di persone arrestate. Una settimana dopo un sacerdote è stato brutalmente picchiato sotto gli occhi di alcuni agenti per aver soccorso tre donne aggredite da un gruppo di teppisti e il collega che nei giorni successivi gli ha fatto visita in ospedale è stato a sua volta picchiato e scaraventato da una finestra del secondo piano dell'edificio. I casi di cristiani percossi e in certi casi ridotti in fin di vita sono così frequenti - gli aggressori non risparmiano neanche le donne e i bambini piccoli - da indurre delle famiglie a fuggire in altre città dove sperano di essere al sicuro, a condizione però di non indossare simboli religiosi e di non praticare forme di culto visibili. Secondo alcune analisi, la chiesa cattolica sta diventando una specie di capro espiatorio: convogliare sui cristiani la collera popolare dirotta l'attenzione dalla crisi economica e dalla corruzione dilagante nel partito comunista vietnamita.
Altro scenario, altra violenza. In Malaysia il 19 agosto un tribunale di Kuala Lumpur ha confermato la prima condanna di una donna al carcere e alla fustigazione per aver violato la legge coranica che proibisce il consumo di bevande alcoliche. La donna in questione, di religione islamica, si chiama Kartika Sari Dewi Shukarno, ha 32 anni e fa la fotomodella part time. Nel 2008 era stata sorpresa dalla polizia dello stato orientale di Pahang a bere una birra in un locale notturno ed era stata arrestata. Davanti ai giudici Kartika Shukarno ha ammesso la propria colpa e ha dichiarato che non intende presentare ricorso. Il 24 agosto entrerà quindi in prigione e in seguito le verranno inflitte sei frustate con una canna di malacca, un bastone più leggero di quello usato per punire gli uomini.
Nel frattempo in India un'altra donna islamica, Aysha Asmin, ha sperimentato gli effetti dell'intolleranza religiosa per aver deciso di indossare il velo a scuola. È successo nei giorni scorsi a Mangalore, nello stato del Karantaka, dove gli studenti indu di un collegio, sentendosi provocati dal suo abbigliamento benché Aysha si limiti a portare un foulard, hanno ottenuto che il rettore dell'istituto ingiungesse alla loro compagna di recarsi a scuola a capo scoperto. L'episodio si inserisce in un contesto di scontri a volte anche cruenti: nel Karantaka, in molte città e villaggi una legge non scritta ma generalmente rispettata vieta ai giovani indu e musulmani di rivolgersi la parola in pubblico. Le più penalizzate sono appunto le donne, spesso vittime di discriminazioni e di violenze da parte dei fondamentalisti di entrambe le religioni.
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