Mercoledì una terribile sequenza di attentati ha sconvolto il centro di Baghdad, provocando più di 100 vittime. Si è trattato di un atto terroristico predisposto con cura, con l'obiettivo di colpire la zona dell'Iraq più mediaticamente esposta ai network internazionali, la green zone della capitale, dando quindi la massima risonanza mondiale ad un gesto di questo tipo. È evidente che il principale bersaglio dei terroristi è il governo dello sciita Nouri Al-Maliki, che deve affrontare il difficile compito di gestire il paese con le proprie forze di polizia; infatti, nei prossimi mesi, il premier iracheno non potrà più contare sull'ausilio dell'esercito Usa, già in fase di rientro in patria dal 30 giugno scorso.
Attribuire le responsabilità degli attentati di Baghdad ad Al-Qaeda è semplicistico e riduttivo: in primo luogo, in Iraq oggi non esiste una vera e propria struttura di Al-Qaeda. Infatti, l'uccisione nel giugno 2006 del giordano Abu Mussab Al-Zarqawi, il capo storico dell'organizzazione di Bin Laden in Iraq, ha determinato la fine di ogni milizia terroristica con rapporti ramificati in ogni parte del mondo arabo-islamico. I terroristi che in Iraq attualmente si definiscono Al-Qaeda sono, in realtà, fondamentalisti locali che utilizzano il brand per creare una continuità fittizia con gli uomini di Osama Bin Laden un tempo presenti in Iraq. Inoltre, c'è anche una funzione di equiparazione «nobilitante» delle attuali formazioni terroristiche rispetto all'organizzazione storica.
Il punto-chiave è che, logisticamente, strutture terroristiche così deboli non avrebbero mai potuto orchestrare un attentato in grande scala nel centro di Baghdad, senza godere di coperture, informazioni e appoggi sostanziali da parte di altri soggetti. Infatti, lo scontento nei confronti dello sciita Al-Maliki è un punto che accomuna sia i propositi terroristici dei fondamentalisti che l'insoddisfazione politica dei sunniti iracheni. In questa sinergia nel contrastare l'attuale premier si misura tutta la turbolenza della situazione irachena, con il rischio di un duraturo contrasto politico-religioso tra sunniti e sciiti, con il destabilizzante contributo degli estremisti islamici. Infatti, delle tre etnie che componevano l'Iraq di Saddam Hussein, vale a dire sciiti (62%), sunniti (20%) e curdi (18%), quest'ultima è di fatto indipendente ed estranea alle dinamiche politiche dell'Iraq, in seguito alla costituzione della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Il risultato pratico è che oggi, con un governo formato ampiamente da sciiti, la minoranza sunnita, di cui faceva parte Saddam Hussein, paga un'emarginazione dagli apparati statali e dalle principali attività economiche, che la relega ai margini della società irachena. Ed è proprio da questo che scaturisce il risentimento dei sunniti, che tuttavia possono contare su un'esperienza politico-amministrativa importantissima: infatti, tutto l'organigramma del partito di Saddam Hussein, il Baath, era di etnia sunnita come l'ex dittatore. Il proposito di Al-Maliki di non reintegrare le personalità politiche e militari dell'ex Baath non troppo compromesse con il regime di Saddam Hussein ha determinato, oltre all'emarginazione dei sunniti, un altro effetto preoccupante: la mancanza di una nomenklatura e di quadri intermedi a livello di amministrazione pubblica, forze di polizia ed esercito, con carenze di professionalità che si sono palesate evidentemente in occasione degli attentati di mercoledì scorso.
L'unica soluzione, per l'esecutivo di Nouri Al-Maliki, consiste nel reintegrare i sunniti nell'amministrazione dello Stato, combattendo così in maniera congiunta i fondamentalisti, che si troverebbero relegati in posizione di debolezza e marginalità. Un primo cambio di rotta da parte di Al-Maliki c'è già stato: in seguito agli attacchi nel centro di Baghdad, il premier iracheno ha dichiarato che «esiste la necessità di rivedere le misure di sicurezza» e, soprattutto, «occorre una rivalutazione dei nostri progetti politici»; un chiaro riferimento di come, agli occhi di Al-Maliki, gli attentati non sono da ricollegarsi esclusivamente alla galassia dello jihadismo islamico. È chiaro, quindi, come una effettiva pacificazione dell'Iraq si può avere solo includendo nell'amministrazione e nel governo anche la minoranza sunnita. In questo modo, la sconfitta delle residue formazioni terroristiche sarebbe certamente più agevole.
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