Benedetto Ippolito non rende giustizia, nel suo articolo, né a Dossetti, né a Baget Bozzo. Intanto, perché trascura di osservare che Baget fu allievo di prima livello di Dossetti, il che non è proprio uguale a zero. E oggi, che di Dossetti si sa poco e niente, e di Baget si sa troppo e male, una notizia di questo genere, per così dire, «genealogico», andrebbe fornita al lettore. Ma non ci fermiamo qui. Ippolito equivoca sul senso della critica di Baget alla teologia politica - perché di questo si tratta - di Dossetti. Non c'entra molto l'aspetto della vocazione monastica dell'ex politico; in gioco qui è la figura e il profilo della teologia dossettiana. Per dirla in breve: Dossetti è un novello Eusebio di Cesarea del ‘900 italiano. Egli intendeva cristianizzare la società attraverso l'azione dello Stato e, con ciò, omologare l'azione del credente a quella del cittadino. Di qui la scissione tra l'anima cristiana del singolo credente rispetto alla Chiesa.
La «scelta religiosa», come separatezza strutturale tra fede cristiana e scelta politica del credente, nasce da questa mossa teologica che, nel divenire storico, diventa poi mossa della ragion politica. Al pari di Eusebio di Cesarea, Dossetti coglie nello Stato più di quanto esso possa dare e meno di quanto dovrebbe dare: Leviatano, da un lato, e mera appendice della spiritualità cristiana, così da colmare il vuoto di valori «laici» che esso ovviamente non potrebbe partorire. La difesa della Costituzione è lo sviluppo logico e storico di questa idea originaria, che darà luogo politicamente all'Ulivo ed allo statalismo dei boiardi di Stato alla Prodi, prima presidenti ( e non a caso ) dell'Iri, infine Presidenti del Consiglio a capo di una maggioranza tanto variegata, sì, ma centrata sul massimalismo comunista e catto-comunista, i lasciti dossettiani (poco) riveduti e corretti.
Il moralismo di Stato di cui ragiona Baget consiste in questa filiera teologico-politica poi tradotta in partito e chiesa militante «altra» dalla comunione ecclesiastica della Tradizione, per intenderci, il «complesso antiromano». Baget ricorda il monaco Dossetti perché è interessato, da sempre, alla teologia come linguaggio ecclesiale, mistico e pubblico e vuole trarlo dal suo antico maestro - anche con accenti bruschi -, non perché pensa banalmente ad un monaco eminenza grigia. Il modello è, ripetiamo, Eusebio di Cesarea, non «Il nome della Rosa». L'aspetto del «costituzionalismo autoritario», dunque, è tutt'altro che fantasioso, anzi corrisponde esattamente e puntualmente alla teologia politica dossettiana: se occorre cristianizzare lo Stato, che non ha valori propri, e la società, che deve essere evangelizzata, l'intero mondo vitale dell'uomo è impaniato in questo schema rigido, ergo totalitario.
La difesa della Costituzione contro l'usurpatore Berlusconi, il laico democratico che desacralizza, come voleva Sturzo, detestato da Dossetti, il potere politico, è l'ultima deriva totalizzante e totalitaria di un radicalismo democraticistico che impone alla storia gli schemi utopici, secondo i quali il Regno di Dio comincia fin dalla terra calpestata dall'uomo peccatore, per poi estendersi alla parusìa, ossia ai tempi ultimi. Il messianismo escatologico - e questa è teologia - che si dipana in utopismo radicaleggiante e giacobino - e questa è filosofia politica. Tutto torna. Sarà discutibile, ma certamente non fantasioso. La realizzazione consapevole della società in direzione «statale» di cui parla Ippolito sta proprio a confermare quando sopra sostenuto: lo Stato è il deus mortalis perché la teologia politica dossettiana prevede che la sua legittimazione venga dall'alto e si declini nella società dei cristiani «buoni», dediti al prossimo, agli ultimi, a tutti tranne che ai nemici politici, costoro meritano la delegittimazione ultima della fede e del fanatismo ideologico.«Micromega» e le «due Italie» nasce da questo snodo dossettiano, condotto alle estreme conseguenze. Razzismo teologico, morale e politico-culturale. L'autoritarismo politico, al pari dell'essere secondo Aristotele, si dice in molti modi. Alcuni di essi sono impregnati di incenso e sagrestia. E' il mondo che darà luogo alla «sindrome di Porta Pia». Ma questo costituirebbe il secondo capitolo della storia.
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