freccia_long
Numero 475
del 15/05/2012
Riflessioni su Don Gianni e Dossetti PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
mercoledì 02 settembre 2009

 

Benedetto Ippolito non rende giustizia, nel suo articolo, né a Dossetti, né a Baget Bozzo. Intanto, perché trascura di osservare che Baget fu allievo di prima livello di Dossetti, il che non è proprio uguale a zero. E oggi, che di Dossetti si sa poco e niente, e di Baget si sa troppo e male, una notizia di questo genere, per così dire, «genealogico», andrebbe fornita al lettore. Ma non ci fermiamo qui. Ippolito equivoca sul senso della critica di Baget alla teologia politica - perché di questo si tratta - di Dossetti. Non c'entra molto l'aspetto della vocazione monastica dell'ex politico; in gioco qui è la figura e il profilo della teologia dossettiana. Per dirla in breve: Dossetti è un novello Eusebio di Cesarea del ‘900 italiano. Egli intendeva cristianizzare la società attraverso l'azione dello Stato e, con ciò, omologare l'azione del credente a quella del cittadino. Di qui la scissione tra l'anima cristiana del singolo credente rispetto alla Chiesa.

La «scelta religiosa», come separatezza strutturale tra fede cristiana e scelta politica del credente, nasce da questa mossa teologica che, nel divenire storico, diventa poi mossa della ragion politica. Al pari di Eusebio di Cesarea, Dossetti coglie nello Stato più di quanto esso possa dare e meno di quanto dovrebbe dare: Leviatano, da un lato, e mera appendice della spiritualità cristiana, così da colmare il vuoto di valori «laici» che esso ovviamente non potrebbe partorire. La difesa della Costituzione è lo sviluppo logico e storico di questa idea originaria, che darà luogo politicamente all'Ulivo ed allo statalismo dei boiardi di Stato alla Prodi, prima presidenti ( e non a caso ) dell'Iri, infine Presidenti del Consiglio a capo di una maggioranza tanto variegata, sì, ma centrata sul massimalismo comunista e catto-comunista, i lasciti dossettiani (poco) riveduti e corretti.

Il moralismo di Stato di cui ragiona Baget consiste in questa filiera teologico-politica poi tradotta in partito e chiesa militante «altra» dalla comunione ecclesiastica della Tradizione, per intenderci, il «complesso antiromano». Baget ricorda il monaco Dossetti perché è interessato, da sempre, alla teologia come linguaggio ecclesiale, mistico e pubblico e vuole trarlo dal suo antico maestro - anche con accenti bruschi -, non perché pensa banalmente ad un monaco eminenza grigia. Il modello è, ripetiamo, Eusebio di Cesarea, non «Il nome della Rosa». L'aspetto del «costituzionalismo autoritario», dunque, è tutt'altro che fantasioso, anzi corrisponde esattamente e puntualmente alla teologia politica dossettiana: se occorre cristianizzare lo Stato, che non ha valori propri, e la società, che deve essere evangelizzata, l'intero mondo vitale dell'uomo è impaniato in questo schema rigido, ergo totalitario.

La difesa della Costituzione contro l'usurpatore Berlusconi, il laico democratico che desacralizza, come voleva Sturzo, detestato da Dossetti, il potere politico, è l'ultima deriva totalizzante e totalitaria di un radicalismo democraticistico che impone alla storia gli schemi utopici, secondo i quali il Regno di Dio comincia fin dalla terra calpestata dall'uomo peccatore, per poi estendersi alla parusìa, ossia ai tempi ultimi. Il messianismo escatologico - e questa è teologia - che si dipana in utopismo radicaleggiante e giacobino - e questa è filosofia politica. Tutto torna. Sarà discutibile, ma certamente non fantasioso. La realizzazione consapevole della società in direzione «statale» di cui parla Ippolito sta proprio a confermare quando sopra sostenuto: lo Stato è il deus mortalis perché la teologia politica dossettiana prevede che la sua legittimazione venga dall'alto e si declini nella società dei cristiani «buoni», dediti al prossimo, agli ultimi, a tutti tranne che ai nemici politici, costoro meritano la delegittimazione ultima della fede e del fanatismo ideologico.«Micromega» e le «due Italie» nasce da questo snodo dossettiano, condotto alle estreme conseguenze. Razzismo teologico, morale e politico-culturale. L'autoritarismo politico, al pari dell'essere secondo Aristotele, si dice in molti modi. Alcuni di essi sono impregnati di incenso e sagrestia. E' il mondo che darà luogo alla «sindrome di Porta Pia». Ma questo costituirebbe il secondo capitolo della storia.




Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code


 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena
Scrivi alla redazione © 2003-2012 Ragionpolitica Riproduzione riservata