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Numero 475
del 15/05/2012
Baget Bozzo, ovvero la politica che si fa cultura PDF Stampa E-mail
! di Fabrizio Cicchitto
cicchitto@ragionpolitica.it
  
lunedì 07 settembre 2009

Uno dei tratti caratteristici di don Gianni Baget Bozzo è stato quello di combinare sempre in modo assai stretto l'attività politica con l'elaborazione culturale. In un certo senso, don Gianni si è sempre impegnato nel dare una lettura culturale di ciò che avveniva sul piano politico. Ciò non ha mai voluto dire un esercizio di astrattezza e di accademismo, anzi si è sempre trattato di una lettura «provocatoria».

Don Gianni ha portato questa sua sensibilità in tutte e tre le esperienze politiche che egli ha fatto nel corso della sua vita. La prima, in gioventù, è stata nella Chiesa e nella DC, con il cardinale Siri (personaggio assai più complesso di quello rappresentato dal giornalismo di sinistra) e con Paolo Emilio Taviani. La rivista eterodossa Ordine Civile fu uno strumento di questo impegno nel mondo cattolico e nella DC.

Uno dei tratti essenziali di don Gianni Baget Bozzo è stata l'irrequietezza politica e culturale. Egli era affascinato dagli outsider dotati di carisma e caratterizzati da un alto tasso di «eresia» nei confronti degli equilibri consolidati e quindi, in primo luogo, eterodossi rispetto al predominio della DC e del PCI sulla vita politica italiana. Per questo, da un certo momento in poi, i punti di riferimento di don Gianni sono stati fino al 92-94 Bettino Craxi e poi Silvio Berlusconi.

Nel PSI di Craxi non c'era alcuna ortodossia ideologica. Quel PSI era aperto ai cattolici, era un partito laico, ma non anticlericale: non a caso Bettino Craxi realizzò, d'intesa con il Vaticano, una versione moderna del Concordato ed ebbe come uno dei suoi principali collaboratori Gennaro Acquaviva, che a suo tempo era approdato al PSI insieme a Livio Labor e a Luigi Covatta, dall'esperienza delle ACLI e dell'ACPOL. Ovviamente don Gianni approdò al PSI attraverso tutto un altro percorso: egli partiva da una contestazione di fondo della DC, di ciò che rappresentava il dossettismo, dell'ipotesi di incontro fra la DC e il PCI. Don Gianni diede il suo personale contributo a quel revisionismo socialista che contestava alla radice l'egemonia culturale del PCI e l'egemonia politica della DC. In questo senso l'elaborazione di don Gianni era percorsa da forti stimoli alternativistici nei confronti della DC di Moro-Zaccagnini e anche nei confronti di quella di Andreotti-Gava. Non a caso, nell'ambito del craxismo, Baget Bozzo aveva rapporti preferenziali con Rino Formica, il quale, da un certo momento in poi, progettò il disegno di una alternativa alla DC. Ciò che complicava tutto e che, alle strette, rese impraticabile l'alternativa fu la linea del PCI, che con Berlinguer e i suoi epigoni si guardò bene dal compiere l'unico atto che l'avrebbe resa possibile, e cioè un'evoluzione in senso riformistico e socialdemocratico. Don Gianni Baget Bozzo diede spessore culturale a entrambi questi corni del problema: demistificò la DC e colse anche i limiti dell'ultima fase della politica craxiana, cioè quella dell'alleanza preferenziale con il CAF, ma rilevò anche l'involuzione e l'immobilismo del berlinguerismo.

Nel terzo periodo della sua vita politica e culturale don Gianni Baget Bozzo è stato il più lucido teorico della novità berlusconiana, delle implicazioni del carisma e dell'atipico «populismo» di Berlusconi. Don Gianni ha dato spessore culturale a Forza Italia e ha anche offerto un grande contributo all'operazione portata avanti dal Berlusconi delle origini, che è stata quella di dar voce e forma politica a quel revisionismo culturale che ha colpito al cuore - avendola prima smontata pezzo per pezzo (si legga la rivista Mondo Operaio degli anni 80) - l'egemonia culturale del PCI. Non a caso, nella Forza Italia della seconda metà degli anni Novanta, le figure dominanti sul piano culturale erano Lucio Colletti (il più grande studioso italiano del marxismo), Giuliano Ferrara e appunto don Gianni Baget Bozzo. Questo e molto altro serve a capire fino in fondo che la demonizzazione che di Craxi prima, di Berlusconi poi, hanno fatto Repubblica e un pezzo della sinistra hanno costituito e costituiscono una delle cause di fondo dell'anomalia italiana e della particolare durezza che caratterizza non da oggi la vita politica italiana.

Fabrizio Cicchitto

Presidente del Gruppo parlamentare del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati




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