Il continente asiatico è attraversato da un lungo filo che lega inesorabilmente tre paesi chiave della regione: India, Pakistan e Afghanistan. Un effetto domino che sembra svilupparsi tra realtà interne e legami internazionali. L'Afghanistan è il perno asiatico su cui poggiano gli equilibri della regione; il cuscinetto asiatico sull'Iran di Ahmadinejad; il paese su cui il mondo intero si è concentrato per condurre la lotta al terrore proclamata da Bush come risposta all'attacco dell'11 settembre contro le Torri Gemelle ed il Pentagono, e dove si gioca oggi la credibilità della Nato e degli Usa; il territorio di provenienza e passaggio dei principali traffici illeciti di droga e di armi, atti a finanziare la criminalità organizzata, ed il terrorismo internazionale. Focolai di tensioni si accendono giorno dopo giorno in tutto il Paese, facendo crescere il grado di allerta per le Forze presenti sul territorio, così come la paura tra la popolazione civile afgana.
L'Afghanistan è nuovamente assurto alle prima pagine della cronaca internazionale subito dopo gli attacchi dell'11 settembre. La successiva offensiva condotta dalla coalition of the willings guidata dagli Stati Uniti e la Conferenza di Bonn del 2001 patrocinata dall'Onu hanno segnato il tramonto del regime talebano e l'inizio di una nuova fase democratica per il Paese. L'istituzione di un Governo provvisorio e la successiva convocazione di elezioni che hanno visto vincente il candidato pashtun Admin Karzai, attuale presidente in carica, sono stati i primi passi verso una democratizzazione e rinascita del paese. Sebbene innumerevoli sforzi siano stati compiuti, sia da un punto di vista istituzionale sia da quello militare, l'Afghanistan sembra ancor oggi stentare a prendere il volo. Ciò in dipendenza del fatto che la presenza talebana ed indipendentista nel paese non si è ridotta, come dimostrano gli innumerevoli attacchi condotti contro le Forze alleate presenti sul territorio e la decisione dell'amministrazione statunitense di sferrare la c.d. operazione «Colpo di Spada» nell'Helmand, atta a «ripulire» la zona sud a confine con il Pakistan dalla presenza di cellule talebane e di insorgenti.
Come molti paesi dell'area, anche l'Afghanistan vive al proprio interno forti dispute etniche sia per la spartizione e il controllo territoriale sia per la gestione politica del paese. L'appartenenza del presidente Karzai all'etnia pashtun rappresenta un importante elemento politico nel quadro della ricostruzione afgana. Non solo tale etnia è presente come maggioranza nella parte orientale e meridionale del paese, ma soprattutto costituisce il ponte di congiunzione con il vicino Pakistan, in cui i pashtun sono il secondo gruppo per dimensioni nell'intero paese. Se si pensa che città come Peshawar e Kandahar rappresentano i più importanti centri metropolitani della cultura pashtun è ben chiaro quanto il fattore etnico giochi un ruolo di primo piano sullo scacchiere politico regionale.
Di fronte alla «sfida Afghanistan», ovvero all'impegno comune internazionale di rendere democratica e pacificare una regione fondamentale per la pace e sicurezza mondiale, l'Italia non si è mai tirata indietro. Con un contingente militare di quasi 2.800 uomini, divisi tra l'area della capitale Kabul ed il Regional Command West di Herat, e aziende operanti nel paese, l'Italia gioca un ruolo chiave per la stabilizzazione del paese. Lo dimostrano sia i risultati ottenuti sul campo, con i numerosi progetti realizzati dal Mae e dal Ministero della Difesa, sia le continue manifestazioni di consenso e gratitudine da parte della popolazione medesima. Proprio per il successo del modello «made in Italy», i talebani hanno accentuato durante questi ultimi mesi estivi la loro offensiva nei confronti dei nostri uomini e donne impegnati sul territorio. Lo svolgimento delle elezioni presidenziali, il 20 di agosto scorso, ha contribuito ad amplificare le tensioni presenti nel paese, determinando una escalation di violenza ed attentati, soprattutto nelle province del sud, da sempre roccaforte dei talebani e base strategica per la coltivazione della droga ed il narcotraffico.
Il Ministro degli Esteri Franco Frattini e il Ministro della Difesa Ignazio la Russa hanno dimostrato grande sintonia di intenti politici, nell'aver sempre riconfermato, nel corso di questa legislatura, l'importanza della missione italiana in Afghanistan, missione certamente di grande impegno e pericolosità per le fnostre truppe ed i nostri operatori, che quotidianamente dimostrano il loro coraggio ed eroismo, difendendo quei valori democratici di cui il nostro paese è promotore ed esempio nel mondo intero. Se si vuole leggere correttamente l'Afghanistan, però, non si può prescindere dal rivolgere il proprio sguardo verso l'intero contesto regionale nel quale il paese degli aquiloni è incastonato. La cronaca afgana, infatti, ripercuote i suoi effetti anche sulla stabilità e sicurezza degli altri attori regionali, ed in particolare del Pakistan e dell'India.
Con all'incirca 177 milioni di abitanti e una storia che oscilla tra dittatura e regime democratico, detentore di armi nucleari, il Pakistan è ponte di congiunzione tra due aree fondamentali: da una parte l'Afghanistan ed il Medio Oriente; dall'altra la Cina, l'India e l'Estremo Oriente. I conflitti territoriali, però, connotano spesso l'agire del Pakistan sullo scacchiere regionale: da un canto il focolaio sempre acceso del Kashmir, conteso con l'India; dall'altro la c.d. Linea Dunant, confine con l'Afghanistan e oggi zona a più alta concentrazione talebana, e crocevia delle principali arterie del narcotraffico e del contrabbando di armi nella regione.
Il Pakistan costituisce oggi il grande dilemma internazionale. Il cambio alla Casa Bianca ha determinato un rinnovamento della politica statunitense, e di conseguenza anche Nato, nella regione. Il Pakistan è ormai il paese sul quale si gioca l'intera partita della stabilizzazione dell'Asia centrale. La pacificazione afgana e il buon esito dell'exit strategy Nato vedono nella creazione di un Pakistan sicuro la chiave di volta dell'intera strategia asiatica. In particolare, la minaccia principale è rappresentata dalle frange jihadiste presenti sul territorio, più che quelle radicali pashtun, che potrebbero accaparrarsi il nucleare militare presente e usarlo nella loro «crociata contro l'Occidente». La stretta collaborazione che in tempi non troppo lontani esisteva tra militari (in particolare quelli dell'ISI, il potente servizio segreto pachistano) e jihadisti nella zona Nord-Ovest del Pakistan sembra ormai solo un ricordo. La stessa Islamabad teme un aggravarsi della situazione interna e una perdita totale del controllo di alcune regioni, in particolare quelle del Balucistan, dove sono presenti importanti movimenti separatisti jihadisti, e quella del Punjab, area nella quale si concentrano i principali centri nucleari del paese. Per vincere la guerra in Afghanistan, come affermato più volte dall'amministrazione Obama, è fondamentale creare un Pakistan stabile.
I legami tra Afghanistan e Pakistan non si evincono solamente andando ad osservare la fotografia etnica della regione, come evidenziata prima, bensì anche quella politica, economica e militare. Islamabad ha dimostrato da subito il proprio interesse verso l'Afghanistan, avendo il paese limitrofo assunto sempre più i connotati di area strategica per il conflitto con l'India. Come dichiarato dal Ministro degli Esteri Frattini in occasione della Conferenza sull'Afghanistan della Shangai Cooperation Organization, la stabilizzazione dell'Afghanistan passa attraverso il coinvolgimento di tutti gli attori regionali e di una strategia a più livelli. E' necessario, cioè, porre in essere una strategia fondata in un ottica di comprehensive approach.
Se le questioni etniche e territoriali sono certamente un elemento chiave per leggere la realtà centro asiatica, così come il sistema del narcotraffico e del mercato nero delle armi, altrettanto lo e' la questione energetica. Il Pakistan, infatti, costituirà il luogo di passaggio del gasdotto che permetterà di rifornire tre paesi chiave: il Pakistan medesimo, l'Iran e l'India, con una potenzialità espansiva che potrà raggiungere anche la Cina. Garantire, quindi, un Pakistan libero da gruppi fondamentalisti e cellule terroristiche, nonché dal narcotraffico e da antiche dispute territoriali appare essere la conditio sine qua non affinché il rifornimento energetico possa decollare.
Il destino dell'Afghanistan, quindi, appare inesorabilmente legato a quello del Pakistan, che a sua volta rivolge il proprio sguardo verso oriente: l'India. Dopo Cina e Giappone, l'India è indiscutibilmente una potenza emergente asiatica, dotata di arsenale bellico di tipo strategico, un Pil che si attesta al quinto posto nella classifica mondiale con una crescita nel 2008 del 6.6% e una spesa militare attestasi al 2,5% del Pil nel 2006. Secondo paese più popoloso al mondo, ma anche con uno tra i più alti tassi di analfabetismo e povertà, l'India riveste un ruolo cardine nella stabilizzazione dell'Asia Centrale, sia in relazione al suo conflitto latente con il Pakistan per la regione del Kashmir, sia per le ripercussioni interne che questa vive in relazione alla situazione interna afgana. Con più di 9 mila rifugiati afgani giunti nel 2008, Nuova Delhi deve raffrontarsi tanto con i flussi migratori, legali e non, quanto con le ripercussioni che questi hanno sul suo sistema sociale. Le tensioni tra appartenenti a diversi gruppi religiosi non è un elemento di novità nella storia dell'India, sebbene queste abbiano subìto un incremento soprattutto negli ultimi 3 anni. Gli estremisti islamici sono riusciti ad acutizzare frizioni sociali preesistenti, esportando e rendendo «internazionale» all'interno della comunità mussulmana indiana (circa il 13% della popolazione) il concetto di jihad e tristemente anche quello di martire. Gli attentati terroristici che si sono susseguiti dal 2006, anno in cui venne perpetrato l'attacco contro il cuore sacro dell'induismo, il Varanasi, sino al 2008, con gli attentati a Mumbai, sono la manifestazione di una più ampia strategia di Al Qaeda, tendente a piegare il nascente astro asiatico e trascinarlo nel vortice dell'irrequietudine sociale a sfondo religioso.
Da tali tracce si percepisce come la partita nella regione dell'Asia Centrale sia ancor oggi aperta e come le linee di collegamento tra i vari attori principali si facciano, giorno dopo giorno, sempre più fitte. La ricerca di una strategia regionale, che miri a legare ancor più tali paesi e soprattutto che li impegni direttamente ed attivamente nella risoluzione dei conflitti e problemi regionali, appare essere la chiave di volta per una stabilizzazione completa, politica sin oggi perseguita dal nostro Paese attraverso l'azione diplomatica continua della Farnesina e il contributo alla pace che i nostri uomini in teatro danno quotidianamente, anche a rischio della loro stessa vita.
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