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Numero 475
del 15/05/2012
Il quadro dei rapporti tra Est e Ovest nella prospettiva italiana PDF Stampa E-mail
! di Gianluca Fatone
fatone@ragionpolitica.it
  
mercoledì 16 settembre 2009

Vent'anni fa parlare di rapporti politico-economici tra Italia ed Unione Sovietica significava rimettersi alle volontà stabilite a tavolino nell'ambito del «Patto Atlantico», ove la ragione di stato era necessariamente subordinata ai complessi e rigidi schemi della Guerra Fredda. Un equilibrio che non poteva essere scalfito dalle pur logiche esigenze di crescita individuale di una nazione di media potenza, come l'Italia, da sempre finestra europea sul Vicino Oriente e sul Mediterraneo.

Il 1989 segna lo spartiacque tra questo scenario ed il mondo globalizzato nel quale viviamo. La fine dei blocchi contrapposti e di 45 anni contrassegnati da tensioni, rivalità e da reciproco timore giunsero ad un punto terminale. In questo periodo di apparente incertezza il tradizionale spirito di adattamento e di intraprendenza tipicamente italiano permisero all'Italia di giocare un ruolo di primo piano anche negli anni a venire, non più quale baluardo militare dell'Occidente ma come primo interlocutore di un mondo nuovo, che si stava trasformando.

La confusione politica che fece seguito al collasso dell'Unione sovietica nel 1991 portò una nazione di quasi 300 milioni di persone in uno stato di caos e di quasi anarchia. Il timore che questo «gigante dai piedi d'argilla» potesse sgretolarsi da un momento all'altro seguendo l'esempio di quanto stava accadendo nell'ex-Jugoslavia spaventava molti governi occidentali. Il regime comunista era riuscito a tenere assieme, sotto l'egida della bandiera rossa, un melting-pot di razze ancora più ingarbugliato e complesso di quello che in qualche secolo si era venuto a creare negli Usa: russi, bielorussi, ucraini, kazaki, ceceni, ingusci, calmucchi, cosacchi, tartari ecc. erano infatti riusciti a vivere assieme, pur mantenendo reciproche diffidenze e pregiudizi per quasi cinquant'anni. Ognuno di questi popoli era anche portatore di un credo religioso diverso e tale incontro di fedi non lasciava presagire nulla di positivo sulla scorta del profondo movimento di frammentazione etnica, politica e religiosa che già stava scuotendo l'Europa Orientale.

La leadership politica russa dei primi anni 90', di cui Il Presidente Boris Eltsin fu il primo rappresentante nel corso dei suoi due mandati presidenziali (1991-1999), non seppe interpretare né in politica estera né tantomeno in quella interna la direzione da intraprendere per permettere alla Russia di uscire dallo shock della fine dell'era bipolare. Gli anni 90' in Russia furono caratterizzati dal ruolo predominante degli apparatchik (funzionari di stato) che grazie alle posizioni ricoperte durante il periodo sovietico ebbero accesso alla grande spartizione dei beni di stato che ebbe luogo in quel periodo. Questa piaga sociale, favorita dalla politica del «laissez faire» messa in atto da Eltsin, determinò la concentrazione dei beni primari dello Stato nelle mani di spregiudicati capitalisti, i cosiddetti «oligarchi», operanti in tutti i settori trasversali dell'economia e determinanti per la stessa economia di stato.

Il 1999 segna una linea di netta demarcazione con questo periodo buio della storia russa. L'avvento di un uomo, conosciuto ai più soltanto per il suo trascorso come ufficiale del Kgb, Vladimir Putin, che incarna la figura del leader nuovo per guidare la ripresa economica, sociale e politica del Paese, rappresenta la speranza di cambiamento attesa da molti.

Analizzare i rapporti politico-economici tra Italia e Russia significa oggi anche necessariamente parlare dei due principali fautori di questo successo: Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. Due uomini dalle storie così diverse eppure dai destini così incrociati che hanno contribuito a creare un nuovo modello di interscambio tra Paesi sovrani diverso per molti aspetti dalle esperienze passate ma contraddistinto da risultati di piena eccellenza. Il loro è un rapporto informale, basato su una naturale empatia che oltrepassa i rigidi canoni del cerimoniale diplomatico per approdare ad un rapporto sincero fondato sul mutuo desiderio di perseguire il miglior risultato per il proprio Paese. Questa affinità si concretizza nel disegnare l'attuale scenario dei rapporti che si delinea, dal punto di vista commerciale, in una posizione di assoluto privilegio per le aziende italiane operanti in Russia, e da quello politico, ove l'Italia gioca un ruolo di assoluto rilievo internazionale nel complesso e turbolento rapporto tra Usa, Unione Europea e Russia. Il principale successo della politica estera italiana è senz'altro rappresentato dal vertice Nato-Russia di Pratica di Mare del 2005, pietra miliare di un nuovo corso nei rapporti politico-militari tra Paesi Occidentali e Russia.

Il progetto è quello di creare una cooperazione di carattere politico-militare al fine di stabilizzare i rapporti tra Usa e Russia e di coinvolgere la Russia nei piani Internazionali di Sicurezza in chiave antiterroristica. L'input, dato dalla visione lungimirante del Presidente Berlusconi, è quello di gettare le basi per un maggior coinvolgimento in Europa della Russia, guardando ad essa non più come ad uno scomodo vicino ma come parte integrante ed indispensabile del «vecchio continente».  Questo ambizioso progetto è stato però vittima di una pericolosa empasse nel corso degli ultimi tre anni. Infatti, dalla questione dello scudo missilistico che l'Amministrazione Bush era decisa ad installare in Polonia, a ridosso del confine russo, alla crisi georgiana in Caucaso, che ha rischiato di vedere un pericoloso coinvolgimento degli Usa nel conflitto, si è assistito ad un graduale ma progressivo deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, riportando la situazione ad un clima da pseudo «Guerra Fredda».

Ancora una volta determinante è stato il ruolo del governo italiano nell'opera di intermediazione, che ha portato al raggiungimento di un compromesso importante con il Cremlino, intenzionato a dirigere le proprie truppe verso la capitale georgiana Tbilisi, nel convincerlo a fermare l'avanzata del suo esercito ai confini settentrionali della Georgia. Tale punto rappresenta, su un piano strettamente geopolitico, il primo passo verso una ipotetica riconciliazione tra Russia e Nato e, nei mesi a venire, sarà proprio il governo italiano a ricoprire il ruolo di attore principale nella complessa opera di ricostruzione dei difficili rapporti, in particolare, tra Washington e Mosca. I successi della politica estera italiana in Russia e, più in generale, nei Paesi dell'ex-Unione Sovietica, sono ancora più evidenti nel considerare la sfera economica e lo scenario relativo alla penetrazione economica dei mercati nazionali da parte di aziende multinazionali italiane. A premessa di questa analisi è però opportuno sottolineare come sia proprio nelle peculiarità che caratterizzano i sistemi economici di Paesi quali la Russia, ove le logiche sistematiche ispirate a criteri quali la competitività ed il libero mercato vengono subordinate al principio della ragion di stato, che la presenza economica italiana è da apprezzare maggiormente. Tale peculiarità non appartiene solo alla Russia ma si estende a macchia d'olio a tutti i Paesi dell'ex-Unione Sovietica, quasi a voler sottolineare il minimo comun denominatore che continua a legare questi Paesi ben oltre l'ideologia sovietica. Il riferimento è particolarmente adatto ai Paesi dell'Asia Centrale quali Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan oltre naturalmente a Bielorussia ed Ucraina.

Il grande merito che ha avuto Vladimir Putin, all'inizio del millennio, è stato quello di varare un piano di ripresa economica del Paese, basato su uno sfruttamento sistematico delle enormi quantità di materie prime disponibili portando, in breve tempo, la Russia a divenire il primo Paese produttore al mondo sia di gas naturale che di greggio. Il Presidente Putin ha avuto la lungimiranza di arrivare a comprendere perfettamente la direzione nella quale potersi muovere in politica estera, sfruttando le enormi risorse naturali del Paese come potenziale strumento di pressione e sostituendo così la obsoleta tattica rappresentata dallo «spettro del nucleare», vecchio retaggio della Guerra Fredda. Questa strategia non ha avuto successo soltanto in politica estera, ma in quella che ancor oggi i russi considerano come «politica nazionale» e cioè nei rapporti tra Mosca e i governi dei Paesi appartenenti un tempo all'Unione Sovietica. Al contrario del governo italiano, diversi governi non sono stati capaci di interpretare questo cambiamento. Ciò ha portato ad un indebolimento delle aziende petrolifere anglo-americane e francesi in favore delle multinazionali italiane Eni ed Enel.

I maggiori successi dell'industria italiana sono rappresentati dall'acquisizione degli asset appartenenti al colosso russo Yukos, per la gestione e lo sfruttamento del mega-giacimento di gas di Novy Urengoy e dalla posizione di leadership, conseguita sempre dall'Eni, nel consorzio internazionale costituito per lo sfruttamento del più grande giacimento di gas al mondo, quello di Kashagan in Kazakhstan. Il sistema Italia rappresenta inoltre, per la Russia, un privilegiato strumento di know-how tecnologico. Infatti, dopo la costruzione nel 2005 del gasdotto sottomarino Blue-Stream che dalla Russia caucasica approvvigiona il Nord della Turchia, realizzato grazie ad una joint-venture italo-russa (BSPC - Blue Stream Pipeline Company), è ora in realizzazione un grandioso progetto (South Stream) per rifornire direttamente l'Europa di gas naturale dalla Russia mediante la costruzione di un gasdotto che attraverserà tutto il Mar Nero per arrivare alle coste della Bulgaria e da qui, attraverso la rete europea di gasdotti europei, rifornire diversi Paesi dell'Unione.

Questa opera, voluta tanto da Mosca quanto dal governo italiano, dovrebbe contribuire a stabilizzare il mercato del gas in Europa, troppe volte soggetto negli ultimi anni alle frequenti dispute internazionali tra Russia ed Ucraina per le royalties dovute alle servitù di transito dei gasdotti attraverso il territorio ucraino. La presenza italiana in Russia non è però affidata unicamente ai colossi dell'economia italiana, ma anche a piccoli e medi imprenditori che, sfruttando numerosi accordi bilaterali tra i due Paesi, approfittano di incentivi e privilegi per favorire l'interscambio economico, contribuendo così in settori quali il tessile, l'ottico, il calzaturiero, la manifattura, i beni di lusso ecc. a rafforzare il legame che unisce la crescita economica italiana a quella della Russia.




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