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Numero 475
del 15/05/2012
Il lungo cammino di don Gianni PDF Stampa E-mail
! di Giovanni Tassani
tassani@ragionpolitica.it
  
giovedì 17 settembre 2009

Mi auguro che don Gianni Baget Bozzo non sia dimenticato nel prossimo futuro, nonostante la labilità e l'abituale smemoratezza dei nostri tempi, poiché ciò sarebbe una perdita grave per la nostra coscienza pubblica. E questo stanti profondità e acutezza delle analisi da lui prodotte in tanti anni di riflessione e applicazione sul caso italiano, ma più in generale - mi si perdonino i termini che possono apparire enfatici - sulla condizione umana nella nostra età postmoderna. Uso questo termine, «età postmoderna», poiché credo sia stato don Gianni a lanciare, se non proprio a coniare, l'espressione, che dà il titolo a un suo libro giovanile: Il cristianesimo nell'età postmoderna, per l'appunto, nel lontano 1962. Con un'intenzione, ovviamente, ben diversa dalla moda culturale invalsa qualche decennio dopo. Indicare, e indagare, il «post», il postmoderno, significava infatti per lui, all'inizio degli anni Sessanta, la necessità di delineare il futuro almeno altrettanto di quanto non fosse necessario aver presente il passato e l'identità, cioè le costanti della storia e della cultura.

Al passato, in questo caso alle radici cristiane dell'identità nazionale italiana, era invece dedicato l'altro, contemporaneo, suo libro giovanile: Cristianesimo e ordine civile, scritto da Baget Bozzo, allora non ancora «don Gianni», nell'anno centenario dell'Unità d'Italia, che allora portava il nome di «Italia '61». Abbiamo ritrovato, in modo fortuito e indipendentemente l'uno dall'altro, copia di questo introvabile libro, Gianni ed io, pochi mesi prima della sua morte, convenendo, dopo una lettura e per sua parte rilettura (dopo anni, perché non ne possedeva più copia), che quelle idee, a quasi mezzo secolo di distanza, sono ancora proponibili, oggi che si sta per celebrare il 150° dell'Unità, con «Italia 2011». In quel libro erano presenti i temi oggi di nuovo in agenda: il Risorgimento e la sua crisi, comunismo e individualismo, i rapporti tra ordine ecclesiastico ed ordine civile.

Ciò mi è apparso come una prova in più a favore di un mio convincimento: che cioè il pensiero, originalissimo, di Gianni Baget Bozzo, rappresenta una vena profonda, o se si vuole una sorgente viva di idee, per chi ha a cuore il tema dell'identità nazionale italiana e delle sue connessioni con la cristianità storica e con l'ecumene culturale che siamo chiamati a vivere e a sperimentare. Detto in altri termini: i tantissimi scritti di Baget Bozzo, dalla nascita della nostra Repubblica all'8 maggio di quest'anno, data della sua morte, meritano, almeno a mio avviso, di essere preservati dall'oblio, di essere riletti e riproposti. Essi sono un prisma atto a far luce sulla nostra condizione di italiani, di cittadini, di credenti (per chi tra noi osa dirsi tale).

Cercherò di avvalorare queste mie affermazioni riferendomi in modo sintetico ad alcuni di quei caratteri, e ad alcune parole-chiave, che mi appaiono più peculiari del pensiero di don Gianni. Credo di poterlo fare, almeno in via ipotetica, stante l'esperienza di trentatre anni di amicizia e collaborazione con lui.

Don Gianni credente e mistico, innanzitutto. Baget Bozzo è stato facilmente accusato d'incoerenza. Certamente nel suo lungo percorso ha scritto anche cose diverse ed ha umanamente oscillato. Ma ha mantenuto un asse attorno al quale ha ruotato, con fedeltà: la convinzione di essere, come diceva, «solo di fronte al Solo», in spirito di verità. Qualcuno dirà: un sentimento individuale; io direi: la religione personale, che corrisponde all'uomo d'oggi, e al cristianesimo come scelta consapevole. Fedeltà a quello che chiamava «il piano di sopra», per lui più reale della realtà, e con cui comunicava. Qui la parola-chiave è: esperienza. Fare esperienza è dimensione propria del mistico, e si rivolge in più direzioni: esperienza di Dio, coscienza di essere già, come seme gettato, in una dimensione di «eternità», di «divino-umanità», assunzione su di sé del bene e del male del mondo (tragedie come quella della Bosnia a suo tempo) e dei suoi «infiniti desideri» (secondo la formula di Teresa di Lisieux), esperienza infine della «notte oscura», cioè del mondo senza Dio, del nulla impuro. E quindi della prova, del dolore. E chi ha frequentato don Gianni sa quanto egli ha patito in termini di prove e di dolore.

Don Gianni cristiano tradizionale, istituzionale. Solo le radici nella tradizione danno linfa al cambiamento, non gli autospogliamenti e le discontinuità traumatiche, come nel caso di certe letture e declinazioni del Concilio come rivoluzione, e delle rincorse alla secolarizzazione e alla ideologizzazione (da parte di uomini di chiesa, teologi, associazioni) nel periodo del post-Concilio. Tradizione ma non tradizionalismo pietrificato, a-storico, e neppure come attaccamento alle grandi opere visibili, e di potere, della Chiesa. Istituzione come servizio, come diaconia nella storia umana. Istituzione era per Baget Bozzo inseparabile da un'altra parola-chiave: mistero. Mistero di Dio e dell'uomo: l'istituzione è la forma che si rende necessaria per garantire fisiologicamente nella storia il mistero divino, la vivibilità della fede. E se la verità è una, il servizio alla verità resta concentrato nella forma cattolico-romana dell'istituzione: il papato. Non già la collegialità, non la riduzione «angelista» degli attributi della cattolicità, che è in realtà fuga, segno di resa, di inginocchiamento al mondo anche quando appare come generosità e filantropia.

Don Gianni creatore di un nuovo linguaggio adatto ma non sottomesso al tempo storico. Dalla sua formazione giovanile Baget Bozzo ha incorporato la convinzione che la storia umana ha un valore reale, non è uno scorrimento casuale di eventi senza senso, ma corrisponde alla natura umana salvata e perciò in fase di ascesa e perfezionamento. Tale processo è coglibile in modo laico, naturale, anche se ciò è tanto più immediato quanto più il riferimento implicito con la verità cristiana resta fermo. Militante democristiano in gioventù, vicino, col cardinal Siri, alla minoranza dei padri in epoca conciliare, Baget Bozzo sperimenterà, in epoche diverse e con diversi gradi, l'afasia culturale e l'incapacità culturale di tali ambienti, che pur esprimevano esigenze reali di difesa ed espressione di valori storici e popolari. Dopo il 1975-'76 a Renovatio, la rivista teologica di Siri a Genova, dopo anni di emarginazione da parte dell'establishment cattolico, di traversata del deserto ma di forte e continuo nutrimento spirituale, divenuto prete, Baget Bozzo si renderà conto di possedere un linguaggio ricco ed evocativo, capace di interloquire con lo Zeitgeist dell'epoca (che era, ricordiamo tutti, un mix di post-marxismo marcusiano o da vulgata, di nietzschianesimo e heideggerismo, di «pensiero desiderante»). Baget Bozzo è attirato nel mondo dei giornali e del dibattito delle idee da questa forte domanda che gli proviene da pressocché tutta l'intellettualità italiana. Cosa che non mi risulta sia mai capitata per nessun altro intellettuale cattolico in Italia. Posso ben testimoniarlo, anche per aver potuto vedere un minimo di documenti da lui conservati, compresa una sofferta corrispondenza col suo arcivescovo, che giungerà proprio in quegli anni alla rottura. In questi anni Baget Bozzo conia il termine «società radicale», espressiva delle tendenze in atto. E scrive su Repubblica, anche se verrà escluso dal Sancta Sanctorum delle pagine culturali del quotidiano radical.

Don Gianni militante, che «prende parte» nell'agone politico e culturale. E che coniuga tale militanza con la capacità diagnostica di dotarsi di uno sguardo globale, per poi calarsi nell'«occhio del ciclone», individuando cioè volta a volta l'epicentro del problema, anche patendo su di sé le contraddizioni di un mondo lacerato. Qui la parola-chiave è: «carnalità». Che Baget a volte riprende, citandolo, da Peguy. E che per lui è il contrario di «gnosi», tendenza in vario modo diffusa che mitizza, ideologizza ma con ciò prende le distanze intellettuali da carne e sangue, che non tutela ma disprezza. Intendere carnalmente significa aderire in profondità. Non c'è dubbio che così sia stato per Baget Bozzo sia per la fase dossettiana e dei gruppi giovanili democristiani, tra 1946 e 1952, sia per la fase cattolico-intransigente de L'Ordine civile e de Lo Stato, tra 1958 e 1962, sia per la fase craxiana e come europarlamentare socialista, tra 1983 e 1994, sia infine per la fase legata alla fondazione ed alla crescita di Forza Italia e del Polo - e poi Popolo - della Libertà, dopo il 1994, con in particolare la teorizzazione del «liberalismo popolare», con riferimenti sturziani. Questa mobilità, che superficialmente può apparire frutto di umori diversi e anche contraddittori, possiede invece una sua intima coerenza sotto il segno cardine della libertà e nella convinzione che la storia, in quanto mutevole, vada letta e compresa per fasi, non come destino, magari sulla base della propria condizione di osservatore fissista per ragioni accademiche. Baget Bozzo ha goduto nella sua vita della libertà di giudizio propria dell'extra-accademico. E si è voluto distinguere da quel «partito intellettuale» - la definizione, di Peguy, era per i professori della Sorbona - che anche in Italia giudicava per schieramento e partito preso. A questa condizione appartenevano, a tacere dell'intellighentzia di sinistra, la gran parte dei cosiddetti «cattolici democratici», cui Baget a quel punto preferiva i democristiani, incarnati nel bene e nel male in un popolo, almeno fino al momento in cui il popolo non fu trasformato in clientela e in tessere di corrente stabilite a tavolino.

Don Gianni come coscienza limpida, uomo buono e sincero, alieno dal potere, amante dell'Italia. Non sono, queste, categorie residuali, attorno alle quali chiudere questo sintetico, e insufficiente, profilo. Ma sono il centro del discorso su don Gianni, delineanti la sua cifra e il suo segreto. Scultoreo e roccioso nel giudizio, fremente e appassionato nella polemica, don Gianni in realtà non era privo di fragilità e di dubbi, e considerava in realtà la polemica come forma di rapporto e dialogo più ravvicinato, mai come rottura irreversibile. Non c'era in lui machiavellismo, semmai il gusto, a volte un po' barocco e manierista, del sillogismo, della chiusura del discorso con un uso a volte esasperato dell'analogia. Don Gianni aveva saputo conservare, per citare Pascoli e Bernanos, il fanciullo in sé, che corrispondeva del resto alla sua missione sacerdotale, chiara in lui fin dalla giovinezza: parlare agli uomini d'oggi dell'annuncio cristiano di verità «come se fosse la prima volta». E' ciò che ha saputo fare, in questo mondo post-cristiano, almeno per chi ha avuto orecchie per intendere. La sua vita ha incrociato i nodi e le personalità della nostra storia repubblicana come nazione ed ha patito su di sé la storia travagliata di un paese da lui, pur geneticamente ispanico, profondamente amato. Se un giorno mi sarà dato di scrivere la biografia di don Gianni, non potrò non evidenziare come questi nodi (che hanno nome: 25 aprile '45, 18 aprile '48, 7 giugno '53 - il mancato scatto della legge maggioritaria - Genova luglio '60 e poi De Gasperi, Dossetti, Siri, Gedda, Tambroni, Scelba, Moro, fino a Craxi e Berlusconi), questi nodi e nomi, appunto, si siano fissati nella carne e nella mente di uno dei più straordinari e attivi pensatori che l'Italia abbia avuto in questi suoi decenni, innovativi, complessi e difficili.




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Commenti (1)
1. 18-09-2009 08:10
Ciao Don Gianni!
Quanto mi manca quest'uomo! Seguivo con attenzione la sua parola. Non l'ho conosciuto personalmente, ma lo sentii parlare la prima volta ad un raduno di socialisti della CGIL e poi diverse altre volte sempre in riunioni politiche e sindacali. Io cattolico e socialista, ho spesso dovuto discutere con quanti nel Partito, non apprezzavano la figura di quel sacerdote impegnato in politica nel nome di Cristo. Non dico poi che costoro si vergognavano del sarcasmo dei comunisti per quel "Prete Socialista". Vorrei proporre una iniziativa a Silvio Berlusconi, al Ministro Bondi e quanti altri hanno conosciuto ed apprezzato Don Gianni. Istituire uno strumento di discussione e di valorizzazione delle sue idee e di quanti nel popolo della libertà hanno contribuito a dargli l'anima che oggi possiede. Penso a Lui ma anche ad altri Lucio Colletti ad esempio. Si potrebbe chiamarlo "Le radici del Popolo della Libertà" Non ricco sono disposto a dare il mio modesto contributo alla eventuale raccolta fondi
Scritto da Angelo da Roma

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