L'attacco di giovedì a Kabul, che ha portato alla tragica morte dei nostri sei valorosi paracadutisti, precipita, se mai ce ne fosse stato bisogno, anche l'opinione pubblica italiana all'interno di quello che a ragion veduta può essere definito come uno dei peggiori campi di battaglia della storia, l'Afghanistan. A prescindere dal dibattito politico innescatosi già dalle prime ore dopo il tragico attentato è doveroso ricordare ai lettori l'importanza cruciale rivestita dall'Afghanistan nel più ampio scacchiere eurasiatico, un'importanza che forse andrebbe ben oltre alla lotta al terrorismo o alla ben più problematica «esportazione della democrazia».
Un altro aspetto, al di là delle discussioni politiche o terminologiche su «guerre giuste», «necessarie» o «per scelta» è che, ora come nel XIX e nel XX secolo, l'Afghanistan è la chiave di volta dove convergono le spinte contrapposte di differenti mondi, il centro-asiatico, l'iranico e l'indo-pakistano. La catena montuosa principale dell'Afghanistan già di per sé porta un nome sinistramente evocativo per chi abbia una conoscenza di lingue indo-iraniche: Hindukush significa infatti «ammazza-Hindu» (Hindu-Kush, dalla radice persiana del verbo uccidere, koshtan), a sottolineare il fatto che già per le antiche popolazioni indiane del subcontinente quelle pietraie abitate da popolazioni feroci e bellicose fossero un limite invalicabile.
Fra la seconda metà del secolo XIX e gli inizi del XX, durante il Grande Gioco fra la Russia Zarista e l'Impero Britannico, l'Afghanistan fu il punto in cui si incontrarono, e si scontrarono, le contrapposte mire colonialistiche delle corti di San Pietroburgo e di Londra, interessate rispettivamente ad aprirsi l'agognata strada per i caldi mari del sud e a difendere i possedimenti coloniali indiani. I tentativi britannici di intervenire direttamente in Afghanistan per favorire l'ascesa di sovrani filo-inglesi furono vanificati dalla fiera resistenza delle popolazioni locali, soprattutto quei pashtun che ancor oggi formano il nerbo delle forze Taliban, che fecero nascere il mito dell'«Afghanistan tomba di imperi».
Le gole del Hindukush non furono forse la tomba dell'Impero Britannico, ma sicuramente di quello sovietico, che si logorò in una decennale (1979-1989) guerra di occupazione che di fatto accelerò la caduta dell'Unione Sovietica; allora la maggior parte dei paesi dell'Occidente sostenne la resistenza dei mujahedin islamici afghani, vedendo in essi un mero strumento della guerra fredda e ignorando come i combattenti del jihad avessero un'agenda politica propria che andava ben al di là dello scontro fra i blocchi.
Oggi l'Afghanistan rischia di trasformarsi, se le leadership politiche occidentali ed europee non si dimostreranno all'altezza, nella tomba dell'Europa e non solo della Nato. Un ritiro disordinato e frettoloso dall'Afghanistan infatti rischierebbe di produrre un vuoto di potere che aprirebbe la strada alla destabilizzazione di tutto il versante meridionale del continente eurasiatico, un «arco di crisi» che si estende dalle regioni islamiche della Cina ai Balcani, passando attraverso le delicate frontiere del Caucaso, dove si ridesta il terrorismo di matrice wahhabita-qaedista.
Per affrontare non solo il ginepraio afghano, ma tutti i problemi di sicurezza e instabilità di questo enorme «arco di crisi» è necessaria una solida cooperazione fra i soggetti politici che, per ragioni demografiche ancor prima che politiche o ideologiche, più sono minacciati dalle instabilità provenienti da queste zone, e cioè l'Europa occidentale e la Federazione Russa, che mediante l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva mantiene ancora una certa influenza sulle repubbliche dell'Asia Centrale, confinanti con l'Afghanistan e ad esso affini per lingua e cultura.
Due recenti notizie sembrano confermare un trend positivo nello sviluppo di questa partnership eurasiatica (o «europea allargata»): la rinuncia americana alla costruzione dello «scudo antimissile» in Polonia e Repubblica Ceca, pensato in funzione anti-iraniana ma percepito dal Cremlino, e non a torto, come anti-russo e l'incontro che si è tenuto l'undici settembre scorso a Mosca fra rappresentanti dello stato maggiore italiano e russo, un mini vertice militare che aveva come argomento appunto l'analisi delle sfide alla sicurezza nell'area centroasiatica e caucasica (Ria-Novosti, 11/09/2009). In tempi di declino europeo l'unità di intenti delle diplomazie continentali è un obbligo, la corsa a nuovi «Grandi Giochi» un suicidio.
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