Si è aperta il 24 settembre nella Capitale, presso le Scuderie del Quirinale, la mostra «Roma. La pittura di un impero». Grandi affreschi, ritratti su legno e su vetro, decorazioni, fregi e vedute provenienti da domus patrizie, da abitazioni e botteghe popolari di importanti siti archeologici e da musei di tutto il mondo. L'esposizione racconta il ruolo centrale della pittura nella società civile romana, sottolineandone l'originalità e superando il concetto di una supposta dipendenza passiva dall'arte greca. Insomma, la «storiella» con cui ci hanno insegnato storia dell'arte dalle scuole medie in poi.
Sorprende la continuità con l'espressione delle arti figurative moderne, a partire dal Rinascimento. Oggi, questo è il messaggio dei curatori della mostra: si è portati ad immaginare un mondo antico monocromatico perché i reperti sono parziali e le opere pittoriche sbiadite. Sappiamo invece che il mondo antico era meravigliosamente colorato: monumenti pubblici e statue erano policromi e il marmo bianco trovava non di rado collocazione in un complesso gioco cromatico. Così sculture e stucchi erano spesso dipinti con fresca vivacità.
È invece diventato un luogo comune identificare il «classico» con il marmo bianco di Carrara. Neppure la scoperta di Pompei ed Ercolano ha infranto questo pregiudizio. Questa mostra si propone di riuscirci. I curatori cercano di introdurre lo spettatore nell'esame dei singoli frammenti di affreschi, delle pitture su legno o su vetro, cercando di misurarne, in base alle tecniche artistiche, il livello di elaborazione pittorica raggiunta dal mondo romano nel periodo intercorso tra il primo secolo d.C. e le soglie del tardo impero e dell'età bizantina. Ovvero della Roma che va dal I secolo a.C. fino al V d.C. e i sei secoli che vedono l'impero nascere e svilupparsi, dall'avvento di Giulio Cesare nel 49 a.C. fino allo straordinario consolidamento di strutture di potere così avanzate da tenere insieme un territorio vastissimo.
Quella alle Scuderie del Quirinale è una gran bella mostra. Come ha spiegato Antonio Paolucci sull'Osservatore Romano alcuni giorni fa: «Raramente un'esposizione di arte antica è riuscita a raccogliere un parterre altrettanto cospicuo di illustri studiosi toccando una così sfaccettata pluralità di profili specialistici. Mostre come questa regalano emozione e stupore e contribuiscono, allo stesso tempo, alla crescita degli studi e dunque alla migliore conoscenza e tutela del patrimonio». Se lo scrive Paolucci c'è da crederci. Fino al 17 gennaio le Scuderie del Quirinale ospitano davvero un grande mostra che - occorre ricordarlo - presenta opere che arrivano dai più importanti siti archeologici e musei del mondo, tra cui il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, il Museo Egizio de Il Cairo, i musei archeologici di Monaco, Francoforte, Zurigo ma anche il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano, i Musei Vaticani e i Musei Capitolini di Roma.
Lo spettatore non può rimanere deluso. La scenografia, ideata da Luca Ronconi, mostrerà la rappresentazione figurativa romana: dal paesaggio alla natura morta, dalla decorazione scenografica alla pittura popolare, dal ritratto al mito reinterpretato secondo la tradizione romana, sono circa 100 i capolavori esposti, divisi in cinque sezioni. «Roma. La pittura di un impero» è un'occasione unica per ammirare Polignoto, Parrasio, Zeusi, Apelle. Nomi di grandi maestri greci di livello così alto da essere paragonati ai grandi geni del Rinascimento italiano come Raffaello o Giotto, ma dei quali, purtroppo, si è preservato pochissimo nel corso dei secoli. A Roma, di questi tempi, non c'è modo di spendere meglio i dieci euro del costo del biglietto.
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