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Numero 475
del 15/05/2012
Il primo discorso di Obama alle Nazioni Unite PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it
  
venerdì 25 settembre 2009

Mentre all'interno dei confini americani nuovi sondaggi condotti da NBC/Wall Street Journal confermavano il recente calo di popolarità e suggerivano crescenti dubbi sul programma portato avanti dalla sua amministrazione, il presidente americano Barack Obama ha dedicato la propria settimana agli affari esteri e alle questioni internazionali, confrontandosi con gli altri leader mondiali presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite e, successivamente, al summit G20 nella città di Pittsburgh, in Pennsylvania. Un «primo ballo» all'ONU, come è stato definito da The Politico, accompagnato da grandi aspettative, che ha conseguentemente ricevuto ampio risalto da parte dei media di tutto il mondo.

C'era grande attesa per il primo discorso del nuovo inquilino della Casa Bianca di fronte all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il britannico The Guardian, da sempre sostenitore di Obama, aveva previsto l'annuncio di «una nuova era di cooperazione con l'ONU», come parte di un cambio di rotta nei rapporti internazionali degli Stati Uniti rispetto agli otto anni di amministrazione Bush. Dall'altra parte, il Daily Telegraph, avversario principale del succitato quotidiano, si aspettava invece una standing ovation, reazione facilmente prevedibile per un comandante in capo desideroso di ridurre l'influenza dell'iperpotenza Usa sul mondo: «Un presidente che si incontra con dittatori quali Mahmoud Ahmadinejad e Hugo Chavez guadagnerà naturalmente il rispetto dei leader dei più di 100 membri delle Nazioni Unite che sono attualmente definiti come "parzialmente liberi" o "non liberi" dall'istituto Freedom House».

Barack Obama non ha deluso le aspettative e, facendo ancora una volta affidamento sul suo talento nell'arte oratoria, ha conquistato la platea del Palazzo di Vetro con un «elegante discorso, come sempre, se non persino terribilmente profondo e quasi storico», come battezzato da Michael Crowley, commentatore del giornale liberal The New Republic. Non mancando di accennare, come già accaduto in altre occasioni, alle carenze e alle promesse non mantenute dal proprio paese, il presidente Usa si è soffermato sul tema del cambiamento climatico, invitando il mondo ad agire «audacemente, rapidamente e assieme» per evitare una «catastrofe irreversibile». Il giorno dopo, di fronte al Consiglio di Sicurezza, Obama ha nuovamente sfruttato il suo «status da rock-star - come ha scritto Joseph Cirincione su The Daily Beast - per promuovere la sua agenda anti-nucleare», ricevendo un consenso unanime dalle altre nazioni.

Tuttavia, così come accade per la politica interna, anche nello scacchiere internazionale la retorica e i discorsi ispirati non sono sufficienti. Uno dei termini maggiormente utilizzati dai commentatori - su entrambe le sponde dell'Atlantico - per definire il discorso sul cambiamento climatico è stato infatti «ingenuo». Nonostante la non nascosta intenzione di volersi discostare a ogni costo dalla politica del predecessore, in molti hanno messo in evidenza il carattere alquanto idealista, se non addirittura utopico, del discorso, specialmente nelle parti riguardanti la pace mondiale o il disarmo nucleare. «Tutto ciò che mancava era un gruppo di hippie che ballavano nei corridoi sulle note di "Kumbaya"», ha commentato sarcasticamente il giornalista inglese Nile Gardiner. A fargli eco, il conservatore Rich Lowry sul New York Post, per il quale Obama si è rivolto all'ONU come «un liceale al secondo anno». Tra i più duri, l'ex ambasciatore alle Nazioni Unite John Bolton, che ha parlato di «discorso post-americano del primo presidente-post americano», con le luci dei riflettori poste «sulla personalità di Barack Obama e sul multilateralismo», ma con poca attenzione dedicata al «prendere le parti degli interessi americani».

Ma l'alto tasso di ingenuità nelle parole di un presidente del tutto privo di esperienza in campo internazionale non è l'unico elemento a finire sul banco degli imputati. Non sono pochi, infatti, coloro che hanno notato, al fianco delle memorabili parole di Obama, una dose assai minore di proposte concrete. Per The Economist il presidente americano, al di là dei buoni propositi, non ha menzionato alcunché di «pratico o specifico», al contrario di quanto invece effettuato dal cinese Hu Jintao, il quale «almeno ha presentato alcuni dettagli sui passi intrapresi dal suo paese». Una pressione alta delle parole, unita a un'anemia di fatti, insomma. Di opinione analoga anche alcuni attivisti ambientalisti, preoccupati dalle vaghe promesse e dall'eventualità che la leadership americana sia distratta da altre questioni - e che il Congresso di conseguenza non discuta di ambiente in tempi brevi, cosa altamente probabile - in vista dell'imminente meeting di Copenhagen. Come riscontrato dalla quasi unanimità degli osservatori, è alquanto difficile che un progetto di legge controverso quanto l'American Clean Energy and Security Act, promosso dai senatori democratici Barbara Boxer e John Kerry, riesca ad essere approvato nel prossimo futuro, dato il momento di grande difficoltà in cui versa la maggioranza, ma soprattutto a causa dello scarso appeal di tale progetto. Secondo Rasmussen, infatti, solo il 35% degli americani sarebbe favorevole alla sua approvazione: una eventuale bocciatura renderebbe nulla la credibilità dell'amministrazione Obama e del presidente stesso. Che si propone come alfiere del clima sul fronte internazionale, ma risulta incapace di promuovere provvedimenti in tal senso nel suo stesso paese.




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