All'indomani delle elezioni tedesche che segnano il tracollo della socialdemocrazia può essere utile rileggere un analisi di John Lloyd per il Sole 24ore di qualche mese fa dal titolo «Il grande freddo delle sinistre europee». L'analisi fornisce alcuni spunti interessanti per ragionare sulle tendenze politiche di medio-lungo periodo in atto in Europa e di cui il nostro Paese attualmente rappresenta specchio estremamente fedele. Lloyd che è editorialista del «Financial Times» traccia una panoramica delle legittimazione politica e del consenso delle forze cosiddette progressiste nelle diverse realtà politiche del Vecchio Continente arrivando a riscontrare per le formazioni di sinistra, a qualunque latitudine e salvo rare eccezioni, una preoccupante difficoltà ad offrirsi come alternativa credibile all'elettorato nel garantire benessere e sicurezza.
In tempo di crisi economica e una volta che il tribunale della storia ha sancito il collasso dell'ultraliberismo finanziario Lloyd osserva giustamente l'anomalia di una sinistra che fatica recuperare consensi e a presentarsi come forza legittimata a tenere le redini del governo. Una sinistra insomma che ha perso la rotta del XXI secolo, logorata dall'estenuante ricerca della sua bussola socio-politica. Da una parte il declino delle Socialdemocrazie del Nord che non riescono ad affrancarsi dalle recrudescenze massimaliste al proprio interno e che dunque stentano a completare il loro percorso di secolarizzazione post comunista e dall'altra la timidezza del socialismo progressista «mittle europeo» ancora balbuziente nel declinare una vision matura su temi sempre più centrali quali quelli dell'immigrazione, della sicurezza nonché sulla sostenibilità dei sistemi di welfare.
Un effetto spiazzamento persistente dovuto perlopiù alle tensioni prodotte dalla globalizzazione che ha trasformato i paradigmi della coesione sociale spostando l'asset da quello verticale e internazionalista della classe a quello orizzontale e nazionale della comunità. La SPD tedesca è un caso emblematico in questo senso e dà prova di quanto una sintesi compiuta a metà strada tra i due idealtipi evocati sia ancora molto distante dall'essere raggiunta. Anche partiti testati da più anni di Governo in questo fase come il Labour targato Gordon Brown e il PSOE del premier spagnolo Zapatero scontano del resto una visibile flessione della propria spinta propulsiva e anzi di più si mostrano quanto mai passivi di fronte all'impatto sulle proprie economie della crisi ed in particolare dei risvolti occupazionali di questa.
Il punto è che la grossa nube addensatasi sulla tenuta del modello capitalista dal fallimento di Lehmann in poi ha finito paraddosalmente per adombrare lo spirito del socialismo e dei partiti europei in vario modo a questo afferenti. Questo perché, spiega saggiamente Lloyd, «dietro a questa nube l'opinione pubblica nutre un profondo scetticismo verso un una sinistra i cui partiti di governo nell'ultimo decennio hanno usato i surplus di bilancio generati dai capitali finanziari per finanziare i loro programmi sociali, e in generale uno scetticismo ancora più profondo verso una sinistra radicale che distribuisce colpe in giro, ma ha poche idee e programmi inadeguati per governare».
«Theorie und Praxis» si incontrano nel momento della manifestazione del consenso e difatti le recenti elezioni europee hanno segnato nel termometro politico del Vecchio Continente che la febbre delle sinistre europee non è solamente oggetto di letteratura. Che pure non manca e anzi annovera firme illustri e soprattutto molti tra coloro che della stagione della sinistra riformista sono stati ideologi prima e sostenitori poi. In uno speciale del «Diario di Repubblica dal titolo «Postsocialismo. Perché il vento della crisi spazza via la sinistra europea» Marc Lazar fa notare che «la sinistra è colpita a prescindere dalla sua attuale collocazione - all'opposizione, sola al potere, o associata a coalizione di governo - e indipendentemente dalla sua traiettoria storica». E inoltre - e soprattutto - «la sinistra ha mostrato una tendenza a leggere il presente attraverso gli occhiali del passato, senza cogliere tutta la complessità di questa crisi, rivelatrice delle mutazioni ben più profonde che travagliano da decenni le nostre società.....A fronte di una destra unita, capace di proposte incisive, decisa a imporre un'egemonia culturale e rispondere al bisogno di identità che si manifesta in Europa, la sinistra si presenta sulla difensiva senza progettualità né identità, poco convincente nello spiegare le trasformazioni in atto ».
Lazar fotografa pertanto la sinistra europea ed in particolare il socialismo democratico come residuale, stordito da un travaglio sterile, smarrito in un percorso di regressione che a cavallo del XXI secolo lo ha portato da avanguardia ad oggetto arcaico. Una delle responsabilità maggiori di questo perdere terreno dinnanzi alla storia è sicuramente il non aver capito e interpretato il passaggio dalla democrazia delle «elites» e dei partiti alla democrazia del pubblico e dell'opinione, in cui il ruolo del leader è pervicacemente decisivo e annichilisce quello svolto dalle oligarchie del pensiero. Di contro in tutta Europa i partiti di sinistra sono ancora affetti da un inguaribile intellettualismo e un malcelato senso di superiorità, da una tendenza a filosofeggiare, a concepire una infallibile «filosofia della storia», a incardinare la realtà entro una griglia di categorie astratte e precostituite. Nel cercare la quadratura del cerchio, la formula politica perfetta, nell'inseguire a tutti i costi il «graal» del riformismo e del progressismo, le sinistre hanno perso contatto con la gente, si sono distaccate dal loro popolo.
A ben guardare l'Italia di questo rappresenta la cartina di tornasole. L'esperienza del centrodestra italiano è ogni giorno di più reale testimonianza di come si sia compiuto in Italia più che altrove il vero «redde rationem» della sinistra post-comunista. Un recente sondaggio Itanes riferito al 2008 è illuminante nel dimostrarci come l'insediamento sociale del centro destra italiano, se si considera anche la Lega come forza alleata e per certi versi succedanea al Pdl, abbia completamente mutuato quello storicamente appannaggio della sinistra. La penetrazione dentro il blocco operaista si è definitivamente saldata con la consolidata rappresentanza nell'area del lavoro autonomo e delle Partite IVA, e, nell'aggregato Pdl-Lega, raggiunge picchi prossimi al 50%. Dimostrazione provata di come le forze dinamiche del Paese, sia nella loro dimensione più visceralmente sociale che in quella di apparato produttivo e di impresa, abbiano ormai abbandonato i riferimenti storici della sinistra. Verrebbe da dire: la sinistra è in crisi ma a sinistra non se ne sona ancora accorti.
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