«Nell'Europa riunificata e democratica che abbiamo a fatica, ma con successo, costruito in vent'anni alla caduta del muro di Berlino può esserci posto anche per la Bielorussia? Noi crediamo di sì. Per la sua collocazione geo-politica, la sua storia e la religione della maggioranza della sua popolazione la Bielorussia ha una naturale vocazione europea. Una vocazione che non può, né deve essere intesa, in senso anti-russo: e ciò sia perché la Russia è essa stessa parte del'Europa e della sua cultura, sia perché la storia della Bielorussia dimostra che lo stesso legame di quest'ultima con la Russia è altrettanto naturale. La vocazione "europea" e quella "russa" della Bielorussia sono, in altre parole, complementari e non si escludono».
Questo è l'incipit, e a nostro avviso il nucleo, della corposa dichiarazione congiunta redatta dal Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini e dall'omologo lituano Vygaudas Ušackas e pubblicata sul quotidiano Il Messaggero del 29 settembre scorso. La dichiarazione congiunta esce alla vigilia del viaggio del ministro Frattini in Bielorussia, una visita che contraccambierà quella del capo della diplomazia di Minsk a Roma della scorsa primavera, quando venne esplicitata la volontà italiana di includere anche la Bielorussia nel programma di «Partnership orientale» dell'Unione Europea.
La Bielorussia, o Russia Bianca (Belarus') come noto è uno dei paesi più «difficili» dell'Europa Orientale, governata dal 1994 dal pugno di ferro di Alexandr Lukashenko, l'uomo forte di Minsk, l'«ultimo dittatore d'Europa», che ha imposto al paese una linea isolazionista, autoritaria, antioccidentale e permeata di retorica contemporaneamente neo-sovietica e populista, con un mix che sembra abbinare il radicalismo «di sinistra» di un Chavez con il nazional-populismo europeo «di destra» di Jean-Marie Le Pen o dello scomparso leader nazionalista austriaco Jörg Haider. Nella realtà il regime di Lukashenko, dietro il paravento di neo-sovietismo e di nazionalismo agrario, deve la sua durata e il suo discreto successo in termini di stabilità economica (se pensiamo all'ormai cronica instabilità ucraina o allo shock delle privatizzazioni nella Russia degli anni '90) sopratutto alle forniture di energia a prezzi iper-agevolati garantite in questi anni dal vicino russo, interessato a mantenere la Bielorussia, un paese pressoché totalmente russofono e ortodosso, nella propria sfera d'influenza.
Il presidente-padrone di Minsk, da parte sua, ha sempre dimostrato una certa spregiudicatezza nei rapporti con Mosca, facendosi costantemente promotore di progetti di «Unioni di Stati» salvo poi sabotare di fatto, in nome dell'indipendenza nazionale, qualsiasi serio tentativo di concretizzare un Unione che per ora esiste solo sulla carta.
La politica discontinua e velleitaria di Lukashenko ha messo la Bielorussia nella difficile situazione di essere isolata dall'Europa e dall'Occidente ma, contemporaneamente, anche di essere vista con crescente sospetto da parte di Mosca, evidentemente stufa di un «alleato» che a giorni alterni spinge per l'unione dei due stati e grida al pericolo di annessione alla Russia.
La dichiarazione congiunta di Frattini e del collega lituano Ušackas arriva con perfetto tempismo, e tende a sottolineare come l'inclusione della Russia Bianca nella «Partnership orientale» dell'Ue non debba essere letta da nessun attore europeo come un invito né a ri-orientare la politica di Minsk in senso anti-russo né ad assecondare eventuali opportunismi del regime di Minsk, perché non cerchi di sfruttare la mano tesa dell'Europa come arma di ricatto per alzare la posta in eventuali dispute bilaterali con la Federazione Russa.
La «Partnership orientale» è la naturale prosecuzione di quel processo iniziato a Berlino esattamente vent'anni fa, un processo che deve portare finalmente a compimento la realizzazione di un'Europa allargata alla Russia, senza più muri o logiche di blocco. È un segno incoraggiante, in questa direzione, il fatto che assieme alla firma del ministro degli esteri italiano ci sia anche quella del ministro di un paese come la Lituania, che molto ebbe a soffrire a causa dell'occupazione sovietica, ma che ora sembra comprendere quanto le tragedie del passato non debbano venire usate come arma di ricatto nella politica del presente. Ancora una volta è l'Italia protagonista della costruzione di una nuova grande Europa di concordia e sviluppo.
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