L'intervista rilasciata da Tony Blair all'Osservatore Romano il 15 settembre scorso va ripresa per almeno due ragioni. Primo: l'accento posto sulla libertà di scelta della fede come chiave per comprendere la post-modernità; secondo: la concezione della Chiesa come realtà autenticamente universale e, per ciò, post-moderna, «globalist» e integrativa.
Blair ha scelto la fede cattolica, e ciò contro le sue tradizioni familiari, segnate da una bisnonna che, nei suoi rari momenti di lucidità durante il travagliato percorso di una malattia che l'avrebbe condotta alla morte, disse: «Fai quello che vuoi, ma non sposare una cattolica». Ciò è, invece, quel che ha fatto l'ex primo ministro inglese, sposando Cherie Booth, cattolica praticante. Dunque, la scelta domina la figura dell'esistenza storica di un politico di razza e dotato di genio, in grado di creare e ri-creare varie «fusioni degli orizzonti», prima con il New Labour, infine con una nuova idea di Welfare Community fondata sulla responsabilità individuale e sui meriti e bisogni. Per tacere della sua gigantesca e frenetica opera sullo scenario internazionale, con il picco drammatico della scelta di intervenire a fianco degli USA di Bush in Iraq.
Lo scenario dell'azione e della maturazione politica di Blair è sempre stato la globalizzazione nella sua fase già matura e che poi avrebbe condotto alla crisi strutturale che stiamo vivendo. Osserva Blair nell'intervista: «Una delle cose che mi ha più attratto della Chiesa cattolica è la sua natura universale. Se sei un cattolico, puoi andare ovunque nel mondo e partecipare alla messa in ogni paese». «Cattolico» vuol dire appunto «universale», segna l'interezza del Credo e della realtà di uomo che di quel Credo fa il perno della sua vita e della testimonianza di ciò che ha incontrato fa la cifra della sua esistenza nel mondo.
La fondazione di Blair - la «Tony Blair Faith Foundation» - accentua appunto l'aspetto della faith, della fede come linguaggio universale e testimonianza pubblica in grado di cementare ed arricchire il dibattito pubblico. Un dibattito che si svolge con le modalità contraddittorie e conflittuali tipiche di una società post-moderna che non centra la sua vita sulla fede ma che di quest'ultima ha fame e sete come forse poche altre epoche della storia universale. Et-et: c'è il conflitto dei valori e delle interpretazioni, ma c'è anche la sete inestinguibile, paragonabile a quella della donna samaritana al pozzo, che incontra Gesù. «Se tu conoscessi il dono di Dio...», dice Gesù alla donna; e la donna si riscopre persona e viva creatura aperta al mistero della vita proprio accettando di avvicinarsi a quella fonte inesauribile. Come noi, oggi: la scelta, la libertà nel suo vissuto drammatico, la possibilità sempre aperta. La scelta individuale della fede è la caratteristica degli individui globalizzati e la Chiesa sa che l'enfasi non dev'essere posta sul numero, ma sulla verità della posizione personale di fronte a Cristo. La Chiesa integra e, compiendo quest'operazione, aiuta e favorisce il dialogo autentico - aprirsi senza perdersi -, contribuendo ad elevare la qualità della politica.
Il tutto nel più saggio realismo di statista: «Sostenere, come sostengo, che la religione abbia un ruolo importante, non significa ritenere che finiranno i dibattiti e le contrapposizioni. Questi, al contrario, proseguiranno su molti temi rispetto ai quali, probabilmente, la Chiesa starà da una parte e i leaders politici dall'altra. Ma non credo che sia questo il punto: il punto è che la fede ha pieno diritto di entrare in questo spazio e di parlare. Non deve tacere. Non è quindi solo importante che le cose si risolvano nel modo giusto, ma anche che la voce della fede non sia assente dal dibattito pubblico». Un modo puntuale di porre la questione, con la giusta misura e rigore intellettuali. La Chiesa non deve avere tentazioni egemoniche, deve però parlare per testimoniare ed aiutare l'uomo post-moderno a ritrovare se stesso. Anche se questa testimonianza dovesse apparire fallimentare, se non urticante, agli occhi del mondo. E' la vera laicità o «sana laicità». La posizione che tiene oggi Papa Ratzinger e che rispecchia la sua categoria di «ragione allargata». Cioè, in quanto «allargata», universale. Dunque: cattolica. Non c'è secolarizzazione che tenga - un pretesto per raggranellare sentenze nichiliste anche dal versante cattolico («Tutto è perduto!», «La cristianità è finita!»), speculari al becero nichilismo ormai abbandonato dai pensatori più avvertiti.
Si tratta del giusto realismo: «La politica è l'interazione tra idealismo e realismo: solitamente, non è il trionfo dell'uno sull'altro». Vale la pena citare una pagina dell'allora cardinale Ratzinger, un'omelia del 26 novembre 1981 durante una liturgia per i deputati cattolici del parlamento tedesco nella chiesa di San Winfried a Bonn: «Il primo servizio che la fede fa alla politica è dunque la liberazione dell'uomo dall'irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo. Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l'impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell'umanità dell'uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell'avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell'uomo e compie, entro queste misure, l'opera dell'uomo. Non l'assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell'attività politica». La più persuasiva descrizione della politica come movimento realisticamente e tenacemente riformatore.
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